Diritto Bancario

Nel caso di accertamento con consulenza di assenza di credito da parte della Banca la stessa deve provvedere immediatamente alla cancellazione dalla Centrale Rischi presso la Banca d'Italia” (Tribunale di Padova rg. 6042/2018).

Nel caso di accertamento con consulenza di assenza di credito ..[..]

  • Data: 06 Settembre

“Nel caso di accertamento con consulenza di assenza di credito da parte della Banca la stessa deve provvedere immediatamente alla cancellazione dalla Centrale Rischi presso la Banca d'Italia” (Tribunale di Padova rg. 6042/2018).

 

Produciamo decisione emessa dal Tribunale di Padova, in composizione collegiale, relativa ad un provvedimento di urgenza ex art. 700 c.p.c. volto a richiedere la cancellazione a rischio effettuata dalla Banca presso la Centrale Rischi della Banca d'Italia.

Nel caso la CTU contabile aveva accertato non solo l'inesistenza di crediti da parte dell'Istituto Bancario ma bensì la presenza di crediti della ricorrente.

Per tale motivo il ricorrente sosteneva che la Banca doveva disporre la cancellazione in via immediata e non attendere la sentenza di merito.

Con l'ordinanza collegiale il Tribunale di Padova confermava le ragioni di parte ricorrente e dichiarava illegittima la segnalazione a sofferenza effettuata dalla Banca dopo gli esiti della perizia della causa di merito dai quali emergeva l’assenza di debito del cliente ordinando la immediata cancellazione dalla centrale rischi a sofferenza presso l'Archivio Centrale della Banca d'Italia.

 

c avv. Carlo Cavalletti

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Commento Cass. Pen. Sez. IV, 2017 n. 50038: attività medica d’equipe e principio di affidamento.

Commento Cass. Pen. Sez. IV, 2017 n. 50038: attività medica d’equipe e principio di affidamento..[..]

  • Data: 13

Il fatto.

La sentenza in commento riguarda il caso di un paziente deceduto a seguito di reazione emolitica acuta post-trasfusionale, causata dalla trasfusione di due sacche di emazie concentrate, non emocompatibili con il suo gruppo sanguigno. Per tale fatto sono stati ritenuti responsabili, in appello, per i reati di cui agli artt. 41, 110, 113 e 589 c.p.:

  • il tecnico addetto al Servizio di Trasfusione, che aveva consegnato all’infermiere del Reparto di Ortopedia le sacche di emazie destinate, invece, ad altro paziente con gruppo sanguigno incompatibile con quello della vittima, e sul quale incombeva il dovere di controllare l’esatta corrispondenza dei codici identificativi delle sacche consegnate con quelli indicati sulla matrice della richiesta;
  • il medico in servizio presso il Reparto di Ortopedia, che non aveva controllato che il gruppo sanguigno del ricevente (la vittima) corrispondesse a quello della sacca consegnata, delegando tale attività, particolarmente rischiosa in sé, all’infermiere, senza effettuare alcuna verifica in tal senso nel corso della prima fase di infusione del sangue;
  • il secondo medico in servizio presso il Reparto di Ortopedia, che non aveva individuato i sintomi manifestati dalle condizioni cliniche del paziente, ordinando, invece, la somministrazione di un’ulteriore sacca di emazie dello stesso gruppo sanguigno della prima (e pertanto incompatibile con quella del paziente);
  • il medico anestesista rianimatore, che, consultato, non aveva approfondito le cause della crisi ipotensiva del paziente, per la quale era stato richiesto il suo intervento, limitandosi piuttosto a recepire le informazioni trasmessegli da altro medico.

La Cassazione ha riconosciuto e confermato le responsabilità degli imputati, anche se per il secondo medico in servizio presso il Reparto di Ortopedia e per quello anestesista è stato disposto l’annullamento della sentenza di condanna per essersi il reato prescritto.

I motivi della decisione.

La sentenza qui in commento riveste profili di interesse con riferimento al principio di affidamento. Nel caso di specie, infatti, la Corte ha escluso che i soggetti agenti potessero invocare come causa di esclusione di una propria responsabilità a titolo colposo proprio il c.d. principio di affidamento. Quest’ultimo opera nell’ambito di attività complesse dove più sono i soggetti agenti coinvolti, come l’attività medica di équipe. Ciascun soggetto che prenda parte a tale tipo di attività deve poter confidare che anche gli altri soggetti agenti si atterranno ai precetti cautelari, che la posizione rivestita e il tipo di attività esercitata impongono loro di osservare. Ora, il principio di affidamento può considerarsi legittimo fintanto che il soggetto agente osservi quelle regole precauzionali parametrate, nel caso concreto, sull’homo eiusdem professionis ac condicionis (il c.d. “agente modello”)[1]. Ed è questa circostanza che non si è verificata nel caso in analisi. Secondo la Cassazione, infatti, “non può invocare il principio di affidamento l’agente che non abbia osservato una regola precauzionale su cui si innesti l’altrui condotta colposa, poiché la sua responsabilità persiste in base al principio di equivalenza delle cause, salva l’affermazione dell’efficacia esclusiva della causa sopravvenuta, che presenti il carattere di eccezionalità ed imprevedibilità”.

Nel caso di specie l’area di rischio in cui si muovono le condotte dei soggetti agenti è infatti la medesima, essendo correlata tanto alla consegna delle sacche contenenti sangue incompatibile con quello del paziente, quanto all’ordine di procedere alla trasfusione, quanto all’omessa diagnosi differenziale. Dal punto di vista eziologico, il processo causale determinato dalla consegna di una sacca di sangue di un gruppo diverso rispetto a quello del paziente è giunto al suo drammatico epilogo (l’evento morte, già in origine prevedibile), senza che siano intervenuti fattori eziologici nuovi ed eccezionali, idealmente separabili da quello originario (la trasmissione della sacca di sangue incompatibile con quella del paziente), sufficienti da soli a determinare l’evento ex art. 41, comma 2, par. 1 c.p.

Interessante, poi, sottolineare come la Corte abbia rilevato la manifesta infondatezza del ricorso presentato dal tecnico addetto al Servizio di Trasfusione, che aveva dedotto il ruolo meramente esecutivo da lui avuto nell’intera vicenda, spettando piuttosto all’infermiere, che aveva ricevuto in consegna le sacche di emazie, controllarne la corrispondenza con i dati del paziente, essendo la trasfusione un atto medico, regolamentato da procedure operative specifiche che medico ed infermiere sono tenuti a seguire sulla base delle linee giuda individuate dal D.M. 3 marzo 2005 e dalla Raccomandazione sulla prevenzione della reazione trasfusionale da incompatibilità AB0 del Ministero della Salute. Si affermava, perciò, che la condotta dei sanitari fosse causa sopravvenuta idonea ad interrompere il nesso di causalità tra l’evento morte e l’attività di consegna delle emazie. La Corte ha ritenuto, invece, che, in applicazione dell’art. 41, comma 3 c.p., il fatto illecito altrui non fosse da solo sufficiente ad escludere l’imputazione dell’evento al primo soggetto agente, a meno che, in relazione all’intero concreto decorso causale dalla condotta iniziale all’evento, non [avesse] soppiantato il rischio originario.

 

[1]Cfr. G. De Francesco, Diritto penale. I fondamenti, Torino, 2008, 427. Secondo l’Autore l’agente modello o l’homo eiusdem professionis ac condicionis «implica il riferimento ad un livello di conoscenze ed esperienze da considerarsi proprio di un “gruppo” di soggetti nel quale sia possibile includere anche l’autore del comportamento da valutare».


Commento ad opera Dott. Alessandro Brogioni

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Commento Cass. Pen. Sez. V, 2017 n. 54311. Furto di prodotti dal supermercato: quando si può dire che è consumato?

Commento Cass. Pen. Sez. V, 2017 n. 54311. Furto di prodotti dal supermercato: quando si può dire che è consumato?.[..]

  • Data: 13

Con la sentenza n. 54311 del 2017 la V Sez. della Cassazione conferma l’orientamento affermato dalle Sezioni Unite con la sent. n. 52117 del 2014, cd. Prevete, in materia di furto in supermercato: il reato è solo tentato se il bene, oggetto dell’impossessamento, rimane nella sfera di vigilanza e di controllo della persona offesa (ovvero degli addetti alla sicurezza o delle forze dell’ordine presenti in loco), non acquisendo il soggetto agente alcuna autonoma signoria su tale bene.

Il fatto riguardava il furto di tre bottiglie di champagne esposte su uno scaffale, di cui l’imputato si era impossessato, occultandole in una borsa e non pagandone il corrispettivo. L’addetto alla vigilanza aveva controllato e monitorato l’intera condotta furtiva (così da poterla interrompere in ogni momento) ed era intervenuto solo dopo che l’imputato aveva superato la barriera delle casse e dei dispositivi antitaccheggio, senza pagare la merce.

Sia il Tribunale di Roma che la Corte d’Appello di Roma, disattendendo la pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite, avevano qualificato l’intera condotta in termini di reato consumato e non tentato, sul presupposto che la consumazione si fosse realizzata nel momento in cui l’agente aveva superato le casse, senza pagare la merce, in quanto in quel momento si sarebbe compiuta la condotta dell’impossessamento, acquisendo il soggetto agente piena autonomia e disponibilità della res oggetto di furto.

La Sez. V della Cassazione, con la sentenza n. 54311 dell’1.12.2017, ha ribaltato le pronunce di primo e secondo grado, riconoscendo la forma del tentativo nella condotta attribuita all’imputato. I giudici di Piazza Cavour hanno infatti confermato il principio di diritto affermato nella Cass. SS. UU. n. 52117 del 2014, secondo cui “il monitoraggio dell’azione furtiva in essere, esercitato mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce ovvero attraverso la diretta osservazione da parte della persona offesa o dei dipendenti addetti alla sorveglianza, ovvero delle forze dell’ordine presenti nel locale ed il conseguente intervento difensivo in continenti, impediscono la consumazione del delitto di furto che resta allo stadio del tentativo, non avendo l’agente conseguito, neppure momentaneamente, l’autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza del soggetto passivo”.

L’argomento sostenuto dalla Corte d’Appello di Roma, secondo cui, prima del passaggio alle casse, l’addetto alla sicurezza, pur avendo osservato e monitorato l’intera condotta del cliente, non sarebbe potuto intervenire, in quanto non poteva avere la piena e certa consapevolezza dell’impossessamento da parte del soggetto agente, non appare condivisibile. Non vi è, infatti, come sottolineato dagli Ermellini, alcun ostacolo giuridico che impedisca al personale addetto alla sorveglianza di intervenire di fronte a comportamenti non corretti della clientela (nel caso di specie l’occultamento della merce nella borsa e la rimozione dei dispositivi antitaccheggio), anche laddove non si ravvisi in essi i due elementi dell’idoneità e della direzione non equivoca verso la commissione di un reato.

Sulla questione relativa al momento consumativo del furto di prodotti dal supermercato, si sono fronteggiati due distinti orientamenti giurisprudenziali. Secondo il primo, affermato da pronunce più risalenti nel tempo (Sez. II n. 938 del 1966; Sez. II n. 2088 del 1973), ma anche recenti (Sez. II, n. 48206 del 2011; Sez. V, n. 41327 del 2013; Sez. IV, n. 7062 del 2014), la condotta dell’impossessamento della refurtiva si perfezionerebbe per effetto del prelievo della merce, senza il successivo pagamento, dovuto all’atto del passaggio davanti alla cassa, non rilevando che il fatto sia avvenuto sotto il costante controllo del personale del supermercato addetto alla sorveglianza. E questo sul presupposto che condizione «necessaria e sufficiente perché […] il reato possa dirsi consumato è che la persona offesa sia stata privata della detenzione e, per ciò stesso, sia stata posta nella condizione di doversi attivare, se vuole recuperarla, nei confronti del soggetto che l’ha acquisita» e che l’agente, posto che abbia «oltrepassato la barriera delle casse senza pagare la merce», conseguirebbe «da quel momento la detenzione esclusiva e illecita» della refurtiva, «mentre, in precedenza, salvo il caso dell’occultamento, detta detenzione non [potrebbe] dirsi, né esclusiva, né illecita» (cfr. Cass. Sez. V, n. 25555 del 2012).

L’altro orientamento (Cass, Sez. V, n. 398 del 1992; Cass. Sez. V, n. 3642 del 1999; Cass. Sez. V, n. 21937 del 2010; Cass. Sez. V, n. 7042 del 2010) ritiene, invece, che la continua osservazione dell’azione delittuosa da parte della persona offesa, ovvero del personale dipendente del supermercato addetto alla sicurezza, con la conseguente possibilità d’intervento, in qualsiasi momento, per interrompere l’iter criminoso, impedirebbe il perfezionarsi della fattispecie tipizzata – l’impossessamento, mediante sottrazione, della cosa altrui – in quanto il soggetto agente non avrebbe ancora conseguito piena ed autonoma disponibilità della res, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e controllo del soggetto passivo, il quale continuerebbe, pertanto, ad esercitare la propria signoria sulla cosa.

Le Sezioni Unite, chiamate a risolvere il contrasto, con la sent. n. 52117 del 2014, hanno abbracciato la tesi della qualificazione della condotta in termini di tentativo. L’impossessamento della res da parte del soggetto agente – momento consumativo del reato – presuppone, infatti, il conseguimento della signoria sul bene sottratto, intesa come «piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva». Ciò, però, non si verifica laddove l’azione si svolga sotto l’osservazione e la vigilanza della persona offesa, che, intervenendo in continenti a difesa della detenzione del bene materialmente appreso, dimostra che quest’ultimo ancora non è uscito dalla sua sfera di controllo e signoria. Il delitto, pertanto, si ferma alla forma tentata e non consumata.

E a questo principio si ricollega anche la sentenza in commento.

Interessante, da ultimo, notare che in tale pronuncia si fa una delle prime applicazioni del novellato art. 620 c.p.p. ad opera della l. 23 giugno 2017, n. 103. La Corte, infatti, ai sensi del neo art. 620, comma 1 lett. l), non ritenendo necessari ulteriori accertamenti di fatto e ritenendo di poter rideterminare la pena sulla base delle statuizioni del giudice di merito, annulla senza rinvio. E così, riqualificato il fatto come reato di furto tentato, si limita a riformulare il trattamento sanzionatorio (riducendo di due terzi la pena irrogata dal Tribunale di Roma e confermata dalla Corte d’appello di Roma).

Commento ad opera Dott. Alessandro Brogioni

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E' onere del medico dimostrare che le complicanze insorte durante un intervento chirurgico di routine siano derivate da omessa o insufficiente diligenza o da imperizia” (Corte di Cassazione n. 24074 anno 2017)

E' onere del medico dimostrare che le complicanze insorte durante un intervento chirurgico [..]

  • Data: 13

 

“E' onere del medico dimostrare che le complicanze insorte durante un intervento chirurgico di routine siano derivate da omessa o insufficiente diligenza o da imperizia” (Corte di Cassazione n. 24074 anno 2017).

Il caso prende spunto da una decisione della Corte di Appello di Palermo che aveva respinto una richiesta di risarcimento a carico dell’Assessorato alla sanità della Regione Sicilia, di un medico, dell’assistente e del primario di un reparto per “colangite recidivante da stenosi del coledoco e del dotto epatico di sinistra” patiti dopo  un intervento di colecistectomia iniziato per via laparoscopica e terminato per via laparotomica al quale era seguita stenosi con fistola al coledoco prossimale che aveva richiesto un successivo intervento riparatorio eseguito in un’altra struttura.

La Corte d’Appello aveva optato per la correttezza della procedura attribuita a una complicanza subentrata nel corso dell’intervento in laparoscopia, non essendo stata accertata una lesione ischemica secondaria a una lesione arteriosa al momento dell’intervento a cui ricondurre il danno ed essendo provata l’acquisizione del consenso informato.

La Corte di Cassazione però rigetta tale assunto riferendo che nei giudizi sulla responsabilità professionale per attività medico-chirurgica di routine, l'onere di superare la presunzione che le complicanze insorte nel paziente sono derivate da omessa o insufficiente diligenza professionale o da imperizia grava sul professionista.
Si tratta di un principio già più volte enunciato dalla Corte di Cassazione e alla quale la stessa ha dato recentemente seguito con la sentenza numero 24074/2017.
In particolare gli Ermellini, circa l'onere probatorio, affermano che spetta al paziente provare la sua condizione “deteriore” rispetto a quella antecedente la prestazione sanitaria (cioè che è “uscito peggio di come è entrato”). Con questa affermazione si intende che il paziente deve provare il nesso di causa tra l’insorgenza/ aggravamento della malattia e la condotta del della struttura/medico. Conseguenzialmente la mancata prova del nesso resta a suo carico senza possibilità che gli venga accordato alcun risarcimento del danno (Cassazione civile n°18392/2017).

La struttura non sarà condannata a risarcire il paziente se prova o di aver adempiuto all’obbligo dedotto nella prestazione sanitaria oppure che il mancato adempimento è a se non imputabile (cioè che è colpa di qualcun altro…). La struttura sanitaria dovrà, quindi, provare di aver adempiuto per quanto era possibile ed esigibile allo stato dell’arte.

La Corte delinea il concetto di complicanza, con cui la medicina clinica e la medicina legale designano solitamente un evento dannoso che complica l'evoluzione o il decorso della malattia: delle due l’una o la complicanza era prevedibile ed evitabile ed in tal caso vi sarà responsabilità del medico o non era prevedibile ed evitabile e non vi sarà responsabilità del medico.

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Il consumatore che prenota una vacanza tramite internet ha diritto a richiedere eventuali somme ulteriori richieste dalla struttura alberghiera

Il consumatore che prenota una vacanza tramite internet [..]
  • Data: 26
“Il consumatore che prenota una vacanza tramite internet ha diritto a richiedere eventuali somme ulteriori richieste dalla struttura alberghiera” (Giudice di Pace di Pisa numero sentenza n. 347/2017)

La sentenza in esame, e il relativo commento, concerne una richiesta di rimborso effettuata da un viaggiatore che tramite un sito addetto alle prenotazione aveva riservato una settimana di vacanza in una struttura albergiera.
L'attore, giunto con la propria famiglia presso il villaggio, si era visto al momento dell'arrivo richiedere una somma suppletiva di € 567,00 non riportata nel preventivo iniziale e per tale motivo, dopo aver manifestato il proprio disappunto, si era rivolto all'avv. Martina Marianetti – collaboratrice dello Studio Legale Cavalletti – al fine di richiedere quanto indebitamente pagato.
Il processo si svolgeva dinanzi al Giudice di Pace di Pisa competente per territorio in quanto il viaggiatore aveva la propria residenza in Pisa.
Il Giudice, nella sentenza, accoglie le ragioni del viaggiatore ritenendo la causa documentale visto la produzione della prenotazione che riportava un importo diverso da quello poi richiesto dalla struttura alberghiera.
Altresì l'autorità giudiziaria dispone la condanna della società al pagamento di tutte le spese legali  che quindi dovranno essere corrisposte dal villaggio a favore del difensore.

Commento Avv. Martina Marianetti
c/o Studio Legale Cavalletti
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Fax. 050542616
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Nel rapporto tra avvocato e cliente si applica la tutela del consumatore e nel caso di controversia il foro competente è quello del cliente.

Nel rapporto tra avvocato e cliente si applica la tutela del consumatore e nel caso [..]

  • Data: 06

 

“Nel rapporto tra avvocato e cliente si applica la tutela del consumatore e nel caso di controversia il foro competente è quello del cliente. La nullità del decreto per incompetenza determina una decisione di rito ma anche di merito con contestuale revoca del decreto ingiuntivo opposto” (Sentenza Giudice di Pace di Roma – sezione IV – numero 40385/2015)
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In materia di risarcimento danni per responsabilità medica la c.d. legge Balduzzi

In materia di risarcimento danni per responsabilità medica la c.d. legge Balduzzi [..]

  • Data: 05

 

In materia di risarcimento danni per responsabilità medica la c.d. legge Balduzzi non ha efficacia retroattiva e poiché con la struttura ospedaliera si configura un rapporto contrattuale grava sul danneggiato provare solo il contratto.
Deve essere risarcito il danno biologico anche nel periodo di malattia  nel caso in cui si decida di procedere ad un intervento senza eseguire preventivamente gli opportuni esami diagnostici (Tribunale di Lucca rg. 253/2011 sentenza n. 1765/2016).

Quello che andiamo analizzare concerne una controversia – trattata dall’avv. Carlo Cavalletti – relativa alla richiesta di risarcimento danni per responsabilità medica imputabile sia al medico sia alla struttura ospedaliera.
La cliente – affetta da patologia tumorale – si era recata presso l’Ospedale ove nell’anno 2000 aveva subito un intervento di tumorectomia ed escissione del linfonodo sentinella e sempre nel medesimo anno veniva sottoposta a un reintervento di quadrectomia della mammella.
Si specifica come il modulo di consenso informato risultava generico e non conteneva alcuna specificazione del trattamento proposto.
La difesa sosteneva la irregolarità degli intereventi ed il CTU stabiliva che “la scelta di procedere ad intervento di tumorectomia senza eseguire preventivamente gli opportuni esami diagnostici (mammografia, ecografia, ago aspirato) è da ritenersi non corretta. L’effettuazione di tali esami avrebbe, con ogni verosomiglianza, consentito una adeguata stadi azione del tumore e dunque una corretta pianificazione preoperatoria, inducendo direttamente all’esito di quadeantecomia”.
All’esito di ciò il Giudice – valutato il danno nella misura del 12-13% - liquida alla paziente la somma di € 43.892,23 oltre al rimborso di tutte le spese legali e processuali affrontate.
La sentenza appare interessante anche nella parte in cui il Giudice motiva la decisione sull’onere della prova e sulla applicabilità della c.d. legge Balduzzi.
Richiamandosi a sentenze della Corte di Cassazione Civile n. 16620/2013 e n. 2126/2006 il Giudice rileva come la materia non possa essere regolata dalla richiamata legge, né in punto di an che quantum, poiché non ha efficacia retroattiva ritenendo quindi condivisibile l’orientamento secondo cui “l’irretroattività della legge comporta che la stessa non possa essere applicata a rapporti giuridici esauriti prima della sua entrata in vigore ma solo a quelli sorti successivamente ed ancora in vita.
Da ciò ne discende che – in ordine all’onere della prova – il rapporto tra utente e struttura è di tipo contrattuale sul rilievo dell’accettazione del paziente in ospedale e ciò comporta la conclusione di un contratto a prestazione corrispettiva denominabile “ contratto assistenza sanitaria” al quale si applicano le regole ordinarie ex art. 1218 c.c.
Ne discende quindi che grava sul creditore (paziente) dimostrare il rapporto e il danno subito mentre – sempre ai sensi dell’art. 2697 c.c. – compete al presunto debitore (struttura ospedaliera) dimostrare che tale inadempimento non si è verificato o non è causa del danno (cfr. Cassazione Civile n. 577/2008).
Si osserva inoltre che – sempre ai fini del riparto dell’onere probatorio – non rileva la distinzione tra prestazione di facile esecuzione e prestazione di particolare difficoltà costituendo un parametro di valutazione del grado di diligenza e del corrispondente grado di colpa rimanendo sempre a carico del sanitario la prova che la prestazione era di particolare difficoltà (Cassazione 23918/2016).
Infine il Giudice compie una esaustiva e puntuale determinazione del danno in ordine alla personalizzazione tenendo conto della giovane età della paziente oltre alla valutazione dei problemi di salute (patologia tumorale) cui la stessa era afflitta aumentando sino al 30% il valore del danno.

 

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