Diritto Civile

Risarcimento del danno parentale anche in assenza del requisito della convivenza. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 8218 del 24 marzo 2021).

Risarcimento del danno parentale anche in [..]

  • Data:12 Aprile

 

Nel caso in esame la Suprema Corte analizza la possibile liquidazione del danno parentale verso i parenti della vittima non conviventi con la stessa.

La vicenda sorgeva a seguito di azione di risarcimento proposta dai nipoti della vittima deceduta a seguito di un sinistro stradale.

In primo grado ed in appello la domanda non trovava accoglimento.

La decisione della Corte di merito veniva impugnata con ricorso per Cassazione.

Le ricorrenti sostenevano l'erroneità della pronuncia in quanto ancorata ad un indirizzo giurisprudenziale ormai superato.

Nello specifico il risarcimento veniva negato in quanto le nipoti non risultavano conviventi con la zia defunta.

La Suprema Corte, ritenendo il ricorso fondato, accoglievano la domanda ricordando una precedente decisione emessa su un caso analogo.

In base all'orientamento richiamato occorreva evitare una dilazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari ma evidenziava, altresì, che il dato della convivenza non poteva costituire elemento idoneo e di discrimine al fine di escludere e di provare, in assenza di convivenza, l'esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da un reciproco affetto e solidarietà con il parente defunto.

In definitiva la Corte ritiene che, in materia di risarcimento del danno parentale, la legittimazione dei parenti non può essere esclusa  solamente sulla base del rapporto di convivenza.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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La sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio non travolge le disposizioni economiche. (Corte di Cassazione, Sezioni Unite n. 9004 del 31.03.2021).

La sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio [..]

  • Data:12 Aprile

 

Con la pronuncia in esame le Sezioni Unite intervengono al fine di risolvere il contrasto giurisprudenziale avente ad oggetto la pregiudizialità tra il giudizio di nullità del matrimonio ed il giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

La Corte evidenzia come si tratti di due procedimenti distinti con finalità e presupposti differenti ragion per cui tra questi non sussiste alcun rapporto di pregiudizialità.

La diversità tra i due procedimenti giustifica, a parere della Corte, oltre alla coesistenza tra le due pronunce, nel caso in cui la delibazione della sentenza ecclesiastica intervenga dopo il passaggio in giudicato di quella di divorzio, l'inidoneità della sentenza ecclesiastica ad impedire la prosecuzione del giudizio ai fini della liquidazione dell'assegno.

L'obbligo di corrispondere l'assegno, infatti, deriva dalla dissoluzione della comunione materiale e spirituale, nell'impossibilità di ricostituirla oltre che volto a riequilibrare le condizioni economiche tra i coniugi.

Nella sentenza in commento le Sezioni Unite affermano che, anche nel nostro ordinamento, il titolo giuridico dell'obbligo di mantenimento non è costituito dalla validità del matrimonio oggetto della pronuncia ecclesiastica ma sull’accertamento dell’impossibilità della prosecuzione spirituale e morale tra gli stessi coniugi, derivante dallo scioglimento del vincolo matrimoniale civile o alla dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario.

In definitiva la Corte esclude che una sentenza con la quale sia stata dichiarata efficace nel nostro ordinamento la sentenza canonica di nullità del matrimonio precluda la prosecuzione del giudizio nel caso in cui il divorzio sia stato dichiarato con sentenza ma risulta pendente il processo atto ad accertare l'obbligo dell'assegno e l'ammontare di questo.

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Liquidazione del danno parentale per il congiunto di vittima di un incidente. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 8622 depositata il 26.03.2021).

Liquidazione del danno parentale. [..]

  • Data:09 Aprile

 

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte analizza la possibile liquidazione sia del danno parentale che del danno esistenziale nei casi di perdita di un congiunto, vittima di incidente stradale.

La vicenda sorgeva a seguito di una azione di risarcimento danni che la madre e la sorella della vittima proponevano nei confronti del conducente, del proprietario nonché della compagnia assicurativa del veicolo coinvolto nel sinistro.

Il Tribunale, dando atto della parte di pagamento già effettuato, condannava in solido i convenuti al versamento della somma residua.

I congiunti ricorrevano in appello dove ottenevano la riforma parziale della sentenza con liquidazione del danno patrimoniale negato in primo grado.

Il caso giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove la madre e la sorella della vittima lamentavano la mancata liquidazione, oltre al danno per la perdita del congiunto, anche del danno esistenziale in conseguenza dello stato di “alterazione e sconvolgimento” di vita a seguito della perdita.

Rilevavano, altresì, la mancata personalizzazione del danno.

Gli Ermellini, ritenendo i motivi non fondati, rigettavano il ricorso.

Nello specifico la Corte riteneva gli importi liquidati congrui.

In riferimento al danno parentale la Suprema Corte specificava che questo consiste nella perdita di relazione con il familiare e, al tempo stesso, nella sofferenza interiore ed alterazione dello stato precedente.

I due aspetti, seppur  suscettibili di valutazione separata, sono connessi e sono considerati nelle tabelle in uso per la liquidazione del danno parentale.

In base a quanto sopra la liquidazione di un importo ulteriore comporterebbe una duplicazione risarcitoria.

La motivazione della Corte di Appello, pertanto, risultava corretta e priva di vizi logico-giuridici.

 

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Sul risarcimento del danno per perdita di un congiunto. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 7770 del 18.03.2021).

Sul risarcimento del danno per perdita di un congiunto . [..]

  • Data:04 Aprile

 

Il caso riguardava un paziente, ricoverato presso la struttura ospedaliera per otto giorni dove, a causa dell'omissione di attività diagnostica e in seguito al peggioramento delle condizioni, decedeva.

I congiunti agivano in giudizio al fine di accertare la responsabilità della struttura ed ottenere la condanna dell'azienda ospedaliera al risaricmento dei danni.

Il Tribunale in primo grado accoglieva la domanda e condannava la struttura al pagamento dei danni.

La decisione veniva appellata e, in secondo grado, la Corte accoglieva, parzialmente, il gravame.

Qaunto ai danni risarcibili la Corte territoriale concordava con il giudice di prime cure sull'esclusione della risarcibilità iure hereditatis del danno da perdita della vita. Per quanto riguarda, invece, il danno da perdita parentale iure proprio faceva riferimento alle tabelle milanesi e riteneva eccessivo l'importo liquidato dal giudice in primo grado.

L'importo veniva rideterminato in considerazione anche del fatto che la vittima risiedeva all'estero.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove i congiunti proponevano ricorso.

I ricorrenti lamentavano violazione o falsa applicazione di legge nonché violazione dell'art 112 c.p.c.

I Supremi Giudici dichiaravano fondate le doglianze sollevate.

In particolare osservavano che il Tribunale aveva liquidato un importo unitario di danno da perdita della vita includendo anche le osfferenze fisiche e psichiche patite prima della morte e quelle patite durante l'agonia. L'importo, pertanto, comprendeva anche il danno catastrofale e biologico terminale.

A parere degli Ermellini la Corte di merito aveva omesso di pronunciare in ordine al danno bilogico teminale e catastrofale, risarcimento chiesto dagli attori in primo grado e che il Tribunale aveva accolto.

L'originaria domanda, proposta in primo grado, imponeva alla Corte di Appello di decidere anche sul danno biologico terminale e sul danno catastrofale e non solo su quello da perdita della vita.

La sentenza veniva cassata e rinviata alla Corte di Appello in diversa composizione anche in merito alle spese del giudizio di legittimità.

 

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