Diritto Civile

La figura professionale dei riders: quali tutele a livello legislativo e previdenziale?

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  • Data:22 Aprile

 

Sin dalla loro comparsa nel mondo del lavoro, i food delivery riders, o meglio conosciuti semplicemente come riders, sono sempre stati una categoria ibrida, a metà tra il lavoro autonomo ed il lavoro subordinato, scontando le conseguenze dell’assenza di una disciplina settoriale che ne tutelasse gli interessi e disciplinasse il loro rapporto con l’azienda committente.
A seguito del Dpcm dell’11 marzo 2020 con cui è stata disposta la chiusura delle attività di bar e ristorazione, permettendo soltanto la consegna a domicilio, i riders hanno incrementato la loro attività lavorativa, esponendosi in prima persona al rischio della contrazione del Covid-19.
Ma chi tutela la salute dei riders? Chi fornisce loro i DPI indispensabili per svolgere le consegne nella maniera più sicura possibile? Le risposte sono molteplici e diverse tra loro e presuppongo la preventiva risoluzione dell’annosa questione dell’inquadramento del rapporto intercorrente tra il rider ed il committente.
Con la sentenza n. 1663 del 24 gennaio 2020 (caso Foodora), la Corte di Cassazione ha finalmente chiarito i presupposti per il riconoscimento della subordinazione tra il rider ed il committente, stabilendo che, in forza del combinato disposto tra l'art. 2 del d.lgs. n. 81 del 2015 e l'art.52 dello stesso decreto “A far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”.
Orbene, in tutti i casi in cui sussistono i presupposti indicati dalla Suprema Corte, ai riders saranno applicabili le tutele previste per i lavoratori subordinati e più nel dettaglio, in materia di prevenzione e tutela conto il contagio da coronavirus, i datori di lavoro saranno obbligati ex art. 2087 c.c. a rendere sicura la prestazione lavorativa dei loro dipendenti, fornendo loro i DPI, e in caso di contrazione del Virus in contesti extralavorativi, i riders beneficeranno delle tutele INPS previste per la malattia; allorché il contagio sia invece avvenuto in occasione di lavoro, potranno invocare la tutela assicurativa INAIL per gli infortuni sul lavoro.
Qualora si tratti invece di riders che svolgano attività di consegne in via autonoma, in forza di D.L. n.101/2019, convertito con modificazioni dalla legge n.128/2019 recante la disciplina dei “lavoratori autonomi che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore, attraverso piattaforme anche digitali” (introducendo il Capo V bis del D.Lgs. 81/2015), a decorrere dal 1 febbraio 2020 sarà obbligatorio per le aziende del food delivery assicurare presso l’INAIL i lavoratori autonomi che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore, attraverso piattaforme anche digitali. Altresì, ai sensi dell’art. 47 ter comma 3 D.Lgs. 81/2015, “L'impresa che si avvale della piattaforma anche digitale è tenuta nei confronti dei lavoratori di cui al comma 1 a propria cura e spese al rispetto del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81”.
Pertanto, anche i riders che svolgano attività di delivery senza vincolo di subordinazione avranno diritto alla copertura assicurativa INAIL contro la malattia professionale e gli infortuni sul lavoro – ivi compresa la contrazione del Covid-19 in ambito lavorativo – nonché alla fornitura a cura e spese dell’azienda committente dei DPI.
In ordine all’obbligo di fornitura di DPI a carico dell’azienda di delivery, si è recentemente pronunciato il Tribunale di Firenze – sez. Lavoro Dott. T.M. Gualano - sentenza 1 aprile 2020, che ha stabilito che “alla tipologia del rapporto in esame, per le modalità del suo svolgimento, può richiamarsi la disciplina del Capo V-bis del D.Lgs. 81/2015 (Tutela del lavoro tramite piattaforme digitali), finalizzate a stabilire “livelli minimi di tutela per i lavoratori autonomi che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l'ausilio di velocipedi o veicoli a motore di cui all'articolo 47, comma 2, lettera a), del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, attraverso piattaforme anche digitali” (art. 47-bis, comma 1, D.Lgs. 81/2015); in particolare, è previsto che il committente che utilizzi la piattaforma anche digitale sia tenuto “nei confronti dei lavoratori di cui al comma 1, a propria cura e spese, al rispetto del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81” (art. 47-septies, comma 3, D.Lgs. cit.) e, quindi, anche al rispetto di quanto previsto dall’art. 71 del predetto D.Lgs. 81/2008”, condannando una nota piattaforma di food delivery a fornire al rider i DPI necessari allo svolgimento della mansione affidatagli.
Allo stesso modo, spetteranno loro tutte le tutele INAIL in materia di malattia professionale e infortunio su lavoro, tra cui è possibile ricomprendere anche la contrazione del Covid-19.
Al contrario, non spetterà loro – in quanto lavoratori autonomi – la copertura assicurativa fornita dell’INPS.
Si ritiene quindi che l'evoluzione giurisprudenziale volga a una maggior tutela, contributiva e retributiva, di queste nuove figure professionali che peraltro, in momenti difficili come quelli che stiamo vivendo, garantiscono consegne di prodotti alimentari nelle nostre abitazioni.

Commenti Avv.ti Irene Vannozzi e Carlo Cavalletti
questo ultimo abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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