Diritto Civile

In caso di mancata corresponsione dell'indennità per ferie non godute la busta paga prova il diritto del lavoratore. (Corte di Cassazione, ordinanza n. 16656 depositata il 21.06.2019).

In caso di mancata corresponsione dell'indennità per ferie non godute la busta paga [..] 

  • Data: 9 Luglio

In caso di mancata corresponsione dell'indennità per ferie non godute la busta paga prova il diritto del lavoratore. (Corte di Cassazione, ordinanza n. 16656 depositata il 21.06.2019).

 

Nel caso in esame si discute sul diritto del lavoratore alla corresponsione dell'indennità sostitutiva per permessi, ferie non godute e festività soppresse.

La vicenda riguarda un dipendente che aveva chiesto il riconoscimento di tale diritto, diritto che in primo grado gli veniva negato.

La Corte di Appello, in riforma della sentenza, invece, riconosceva al lavoratore la somma di € 9.984,32 a titolo di indennità per ferie non godute, permessi e festività soppresse oltre rivalutazione ed interessi legali.

Il ragionamento seguito dalla Corte attribuisce valenza probatoria alle buste paga, presentate dal dipendente, buste paga, dalle quali si evinceva lo svolgimento dell'attività lavorativa in maniera ininterrotta per diversi anni.

Nel caso in cui dalle buste paga risulti evidente il mancato godimento del riposo retribuito, così come previsto dal contratto di lavoro collettivo, il diritto del lavoratore sarà provato e legittimo.

Il datore di lavoro, proponeva ricorso per Cassazione sulla base di due motivi:

  • mancata prova da parte del dipendente dell'attività lavorativa svolta in eccedenza;
  • valore probatorio della busta paga relativo.

La Corte, dichiara il ricorso inammissibile.

Il principio ricavato dalla decisione esaminata è quello in base al quale, la busta paga ha valenza probatoria per quanto riguarda il riconoscimento dell'indennità per ferie non godute, con la conseguenza che spetterà al datore di lavoro fornire prova contraria ai sensi e per gli effetti dell'art. 2697 c.c.


Commento dell' Avv. Mariangela Caradonna

Avv. Carlo Cavalletti Patrocinante in Cassazione

c/o Studio Legale Cavalletti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...

Mobbing. E' responsabile il datore di lavoro che non interviene in caso di malessere psichico del lavoratore. (Corte di Cassazione Sez. lavoro ordinanza n. 15159 del 4 giugno 2019).

Mobbing. E' responsabile il datore di lavoro che non interviene[..] 

  • Data: 1 Luglio

Mobbing. E' responsabile il datore di lavoro che non interviene in caso di malessere psichico del lavoratore. (Corte di Cassazione Sez. lavoro ordinanza n. 15159 del 4 giugno 2019).

Il caso riguarda un funzionario tributario il quale agiva in giudizio al fine di ottenere il risarcimento del danno a seguito di comportamenti datoriali integranti la fattispecie del mobbing.

In primo grado il lavoratore vedeva accolte le proprie richieste ma la Corte di Appello, competente territorialmente, ribaltava la decisione, adducendo che, sebbene fosse “evidente nel periodo finale della vicenda, la causa lavorativa dell'affezione”, ciò non faceva sorgere in capo al datore di lavoro un obbligo giuridico di intervenire al fine di adottare le misure necessarie per interrompere il nesso causale tra malattia e malessere.

Il ragionamento della Corte si basava sul principio in base al quale il lavoratore, affetto da malattia psichica, non capace di “percepire l'effettiva realtà dei rapporti interpersonali”, finirebbe per ricercare la causa dei suoi malesseri nel  contesto lavorativo.

In sostanza, la decisione faceva perno sull'esistenza di un “fatto notorio”, ovvero, secondo la Corte, esiste un nesso notorio tra la condizione psichica del lavoratore e la sua capacità di affrontare le relazioni interpersonali. Tale nesso non consentirebbe al datore di lavoro di intervenire e porre rimedio alla situazione che ha generato la condizione di turbamento nel lavoratore.

La Suprema Corte, con la sentenza in esame, afferma, invece, che: “le conseguenze interpersonali socio relazionali delle malattie psichiche appartengono, allo stato, al patrimonio tipico delle conoscenze e degli apprezzamenti scientifici dell'ambito specialistico medico- legale e psichiatrico, palesemente non surrogabile da valutazioni, consequenzialmente sommarie e grossolane, del c.d. quisque de populo”.

Il Giudice, pertanto, al fine di accertare il nesso eziologico, tra malessere del lavoratore e contesto lavorativo, dovrà ricorrere alla consulenza di un medico esperto del settore, il quale, dopo aver appurato il rapporto causa- effetto tra la condizione psichica del soggetto e l'ambiente lavorativo, potrà quantificare il danno patito dal lavoratore, con conseguente obbligo, in capo al datore di lavoro, di adoperarsi al fine di eliminarne le cause.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...

Nullità del contratto di lavoro part time in mancanza di forma scritta ab substantiam.

Nullità del contratto di lavoro part time in mancanza di forma scritta ab [..]... ... 

  • Data: 1 Luglio

“Nullità del contratto di lavoro part time in mancanza di forma scritta ab substantiam. Diritto del lavoratore di percepire la retribuzione prevista per il rapporto di lavoro ordinario full time. (Corte di Cassazione sez. lavoro sentenza n. 14797 del 30 maggio 2019)..

La vicenda sorgeva a seguito di un ricorso presentato da una ex lavoratrice nei confronti della ditta presso la quale era stata assunta con molteplici contratti di lavoro, dapprima a tempo pieno e successivamente con contratto part time.

Dopo essere stata licenziata, la lavoratrice agiva in giudizio al fine di ottenere la retribuzione sulla base dei parametri del contratto full time. A sostegno della sua richiesta asseriva la nullità dei contratti part time in quanto carenti della forma scritta ab substantiam, richiesta dalla legge.

Il ricorso non è stato accolto né in primo né in secondo grado.

La Corte territoriale sosteneva che, in difetto di prova scritta del contratto part time, al lavoratore spettasse, ex art 2126 c.c., solo la retribuzione commisurata alle prestazioni svolte, gravando il lavoratore del relativo onere probatorio.

La lavoratrice proponeva ricorso per cassazione, nel quale, richiamando altri precedenti di legittimità, sosteneva come, nel caso in cui il contratto part time sia da considerarsi nullo, il lavoratore ha diritto ad una retribuzione pari a quella del contratto full time.

Il base al suesposto principio, il lavoratore deve dimostrare di aver messo a disposizione del datore di lavoro le “ulteriori energie lavorative”.

In ogni caso, se l'orario di lavoro, svolto dal lavoratore, dovesse essere superiore a quello previsto nel contratto, questo dovrebbe essere inteso come orario di lavoro a tempo pieno.

Nel caso di specie la  Cassazione accoglieva le richieste della lavoratrice.

Nella decisione la Corte ha richiamato quanto già affermato, precedentemente, in merito al contratto part time. Ha ribadito come la nullità del contratto, per difetto di forma scritta, non comporta la nullità dell'intero rapporto contrattuale ma, in virtù del principio di conservazione del negozio giuridico, viene applicata la disciplina del rapporto di lavoro a tempo pieno.

In definitiva, la Suprema Corte, in questa occasione, sancisce il principio in base al quale, qualora il contratto difetti della forma scritta ab substantiam, richiesta dal  D.L. n. 726 del 1984, art. 5, il rapporto di lavoro dovrà essere considerato come un contratto full time con conseguente diritto del lavoratore a percepirne la retribuzione di riferimento.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

Leggi tutto...

Va retribuito il tempo necessario per vestirsi sul luogo di lavoro cd. tempo tuta quando le operazioni di vestizione sono eterodirette” (Cassazione Sez. Lavoro n. 5437 anno 2019).

Va retribuito il tempo necessario per vestirsi sul luogo di lavoro cd. tempo tuta... ... 

  • Data: 11 Giugno
“Va retribuito il tempo necessario per vestirsi sul luogo di lavoro cd. tempo tuta quando le operazioni di vestizione sono eterodirette” (Cassazione Sez. Lavoro n. 5437 anno 2019).


Si segnala una importante decisione, sul cui argomento l'avv. Carlo Cavalletti aveva già pubblicato commenti a sentenze, relative al tempo impiegato dal dipendente per vestirsi e sulla retribuzione da parte del datore di lavoro.
Il caso prende spunto da due decisioni emesse da Tribunale di Firenze e la Corte d’Appello che avevno condannato il datore di lavoro al pagamento della retribuzione corrispondente al tempo richiesto dalle operazioni di vestizione e svestizione degli indumenti aziendali. Il tempo necessario per le operazioni è stato indicato in dieci minuti per ogni giornata lavorativa, sul presupposto che tali operazioni erano state assunte come eterodirette dal datore di lavoro sia in relazione al tempo che al luogo
La società resisteva alla decisione e presentava ricorso in Cassazione ma la Suprema Corte afferma, con la decisione in commento, che “al fine di valutare se il tempo occorrente per le operazioni di vestizione e svestizione, debba essere retribuito o meno occorre far riferimento alla disciplina contrattuale specifica distinguendo l’ipotesi in cui tale operazione, con riguardo al tempo ed al luogo, sia soggetta al potere di conformazione del datore di lavorodall’ipotesi in cui, per l’assenza di eterodirezione, le operazioni di vestizione e svestizione si configurino come atti di diligenza preparatoria all’esecuzione della prestazione e, come tali, non sono retribuiti”. Continua in motivazione la Suprema Corte cge “l’eterodirezione può derivare dall’esplicita disciplina d’impresa o risultare implicitamente dalla natura degli indumenti, o dalla specifica funzione che devono assolvere, quando gli stessi siano diversi da quelli utilizzati secondo un criterio di normalità sociale dell’abbigliamento (Cass. 28/03/2018, n 7738; Cass. 26/01/2016, n. 1352; Cass. 07/06/2012, n. 9215; Cass. 08/09/2006 n. 19273).
Peraltro la Corte di Casssazione pone l'attenzione, a fondamento delle sentenze di primo e secondo grado, su elementi quali ’“lobbligo di custodia degli indumenti in luogo aziendale”, il “divieto di fare uso di tali indumenti al di fuori del luogo di lavoro”, la “disciplina delle relative modalità temporali” delle operazioni di vestizione e svestizione, “che dovevano avvenire prima della timbratura in entrata e dopo la timbratura in uscita” a suffragio della imposizione datoriale secondo precise direttive imposte in azienda.
In considerazione di tali elementi si ritiene la natura eterodeterminata della vestizione così che la stessa dovrà essere retribuita.
In conclusione qualora l'attività in questione sia sottoposta a specifiche direttive aziendali secondo modalità predeterminate, come quelle esaminate, si ritiene che il “tempo tuta” debba essere retribuito.
La decisione appare importante anche per le aziende al fine di evitare contenzioni che andrebbero ad aggravare le spese.

Avv. Carlo Cavalletti Patrocinante in Cassazione

c/o Studio Legale Cavalletti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

Leggi tutto...

Non sussistono i presupposti per l’applicazione dell’art. 1243 cpc tra una diffida accertativa, peraltro non impugnata, e una opposizione sub iudice” (Tribunale di Livorno, sezione Lavoro, sentenza 107 anno 2019).

Non sussistono i presupposti per l’applicazione dell’art. 1243 cpc tra una diffida accertativa... ... 

  • Data: 1 Aprile
“Non sussistono i presupposti per l’applicazione dell’art. 1243 cpc tra una diffida accertativa, peraltro non impugnata, e una opposizione sub iudice” (Tribunale di Livorno, sezione Lavoro, sentenza 107 anno 2019).

Il caso riguarda un lavoratore - difeso dall'avv. Carlo Cavalletti - che aveva presentato denuncia-ispettiva presso la DTL la quale, a seguito di accertamenti, aveva emesso diffida accertativa a carico del datore di lavoro.

Seguiva successiva notifica di atto di precetto cui però presentava opposizione il datore ssostenedo la pendenza in giudizio di una causa con la quale lo stesso datore richiedeva una somma di risarcimento.

La difesa del lavoratore sosteneva in giudizio come il principio di compensazione dei crediti difatti, per operare, necessita di alcuni presupposti; non basta, infatti, che vi siano dei semplici reciproci rapporti di debito e credito tra le parti, ma è anche necessario che tali rapporti rappresentino crediti omogenei, liquidi ed esigibili.

In tale concreto caso, è palese come manchino del tutto i presupposti richiesti per l’istituto della compensazione in considerazione che l’asserito credito paventato da controparte- nel caso in cui venisse accertato- si fonda su di un risarcimento danni che allo stato attuale non è possibile quantificare.

Impossibile pertanto operare una compensazione tra crediti certi (credito di lavoro vantato dal lavoratore) e millantati crediti per risarcimento danno che al momento sono incerti e derivanti dall’esito del giudizio instaurato.

Il Giudice del Lavoro accoglie la difesa del lavoratore e afferma che “l’opposizione è infondata e non merita accoglimento in quanto, a fronte della certezza e liquidità del credito vantato dal ricorrente in virtù della diffida accertativa in atti (mai impugnata dalla società resistente), pacificamente incerto, in quanto sub iudice, è il credito che si oppone in compensazione, di talché non sussistono i presupposti per l’applicazione dell’art. 1243 cc”.

Segue altresì condanna alle spese del giudizio.

 

Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

http://www.studiolegalecavalletti.it

http://news.studiolegalecavalletti.it

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Leggi tutto...

La indennità di turno corrisposta alla lavoratrice è da computarsi nel calcolo del t.f.r. Nel caso in cui il lavoratore invochi la disciplina dell'art. 2120 c.c. la esistenza di CCNL diverse spetta al datore come onere della prova”[...]

 La indennità di turno corrisposta alla lavoratrice è da computarsi nel calcolo del t.f.r... 

  • Data: 1 Febbraio
“La indennità di turno corrisposta alla lavoratrice è da computarsi nel calcolo del t.f.r. Nel caso in cui il lavoratore invochi la disciplina dell'art. 2120 c.c. la esistenza di CCNL diverse spetta al datore come onere della prova” (Tribunale di Pisa sentenza n. 234 anno 2016)

La vicenda riguarda uan lavoratrice, operante nel terzo settore, che al momento del licenziamento verificava il conteggio relativo al tfr rilevando come la datrice non avesse computato, ai fini della disciplina ex art. 2120 c.c., l'indennità di turno diurno.

L'avv. Carlo Cavalletti si rivolgeva all'ente dapprima con una richiesta stragiudiziale ma, stante il mancato riscontro, procedeva con ricorso depositato presso il competente Tribunale di Pisa.

In poco più di un anno il Tribunale, sezione Lavoro, emetteva sentenza n. 234/2016 in cui accoglieva in toto le ragioni della lavoratrice per le ragioni che andiamo ad esporre.

Dapprima il Giudice, in ordine alla previsione di CCNL diversi, riferisce che si tratta di una eccezione in sendo tecnico-giuridico e perciò il relativo onere della prova spetta al datore.

Nel caso di specie poi l'art. 58 comma 6 CCNL enumera tra le voci, che rientrano nel tfr, le indennità ricorrenti che corrisponde ad un'espressione sovrapponibile a qualla di “somme non occasionali” di cui all'art. 2120 c.c.

Tale voce è presente nella stragrande maggioranza delle buste paga in atti e peraltro, sino al 2005, il medesimo datore ha computato la “indennità di turno diurno” nel conteggio utile ai fini del t.f.r.

Per tutte le ragioni espresse il Tribunale di Pisa condanna l'ente al pagamento del t.f.r. aggiornato con la voce mancante ed altresì al pagamento delle spese processuali.

 

 

Commento avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

www.studiolegalecavalletti.it

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Leggi tutto...

Le buste paga sottoscritte dal lavoratore “per ricevuta” sono prova della loro avvenuta consegna ma non del pagamento il cui onere spetta al datore di lavoro (Corte di Cassazione n. 21699 anno 2018 sezione Lavoro)

 Le buste paga sottoscritte dal lavoratore  “per ricevuta” sono prova della loro avvenuta consegna ..[..]

  • Data: 12 Settembre


Le buste paga sottoscritte dal lavoratore “per ricevuta” sono prova della loro avvenuta consegna ma non del pagamento il cui onere spetta al datore di lavoro (Corte di Cassazione n. 21699 anno 2018 sezione Lavoro)

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in relazione al valore effettivo della sottoscrizione effettuata dal lavoratore sulle buste paga rilasciate dal datore.

La questione trae spunto da una decisione presa dalla Corte d'Appello di Torino, sentenza pubblicata il 27 giugno 2013, con cui la stessa Autorità confermava la pronuncia di primo grado in cui era stato respinto l'appello del datore di lavoro.

Oggetto del procedimento giudiziario era la domanda proposta da unalavoratrice nei confronti della datrice di lavoro volta al riconoscimento del diritto al pagamento di differenze retributive per lavoro straordinario e per mancata fruizione parziale di ferie e permessi nonché al pagamento di euro 6.684,00 pari alla differenza tra gli importi recati dalle buste paga e le somme effettivamente corrisposte.

La Corte di Appello di Torino, esaminando il materiale probatorio acquisito, riteneva non provato lo straordinario richiesto e in ordine al pagamento inferiore a quello portato dalle buste paga riferiva che tale eccezione sarebbe "rimasta priva del benché minimo supporto probatorio", ritenendo "irrilevanti ... tanto il fatto che dette buste siano state consegnate alla lavoratrice solo nel marzo 2008 quanto il fatto che le stesse non siano sottoscritte per ricevuta, non trattandosi di adempimento prescritto.

La suprema Corte di Cassazione ha confermato l'indirizzo già in parte tracciato da precedenti sentenze, tra le quali la numero 7310/2001 e 13150/2016, secondo cui la firma "per ricevuta" apposta sulle buste paga costituisce prova solo della loro avvenuta consegna e della loro regolarità fiscale.

In conclusione non si può attribuire valore di quietanza alla sottoscrizione delle buste paga e il relativo onere probatorio incomberà sempre sul datore di lavoro.

 

 

Commento avv. Carlo Cavalletti

via R. Fucini, 49

56125 Pisa

tel.  050540471

fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

http://news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...

L'apprendista con contratto professionalizzante potrà richiedere la trasformazione in lavoro a tempo indeterminato per mancata formazione anche se il lavoratore si trovava in malattia” (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, n. 16571 anno 2018).

L'apprendista con contratto professionalizzante potrà richiedere la trasformazione in lavoro a tempo indeterminato ..[..]

  • Data: 21

 

“L'apprendista con contratto professionalizzante potrà richiedere la trasformazione in lavoro a tempo indeterminato per mancata formazione anche se il lavoratore si trovava in malattia” (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, n. 16571 anno 2018).

Secondo la Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 16571 del 22 giugno 2018 l'apprendista con contratto professionalizzante potrà richiedere la trasformazione in lavoro a tempo indeterminato per mancata formazione.

Ed infatti se il lavoratore non ottiene dal datore  la dovuta formazione l’apprendista può chiedere la trasformazione del contratto di lavoro subordinato in uno a tempo indeterminato fin dalla data d’inizio del rapporto di lavoro.

Tale principio vale anche nel caso in cui il lavoratore si sia assentato per malattia poiché nel caso il datore dovrà dimostrare, nel giudizio, che i corsi di formazione siano stati effettivamente messi a disposizione del ricorrente e che non ha avuto alcuna colpa per la mancata esecuzione.Tale sentenza viene pronunciata a seguito di ricorso dell'azienda a decisione della Corte di Appello poiché, seppur la datrice aveva dimostrato gli adempimenti formali, non aveva però dato prova dell'effettivo svolgimento della formazione.
Pertanto la Suprema Corte di Cassazione ribadisce la necessità della datrice di ottemperare, nel caso di apprensitato, a tutti obblighi di legge e a darne rigorosa prova nell'eventuale giudizio di accertamento promosso dal lavoratore.
Anche qualora la formazione non si sia potuta svolgere per malattia del lavoratore spetta all’azienda dimostrare il requisito essenziale dell’apprendistato, cioè l’insegnamento professionale impartito al lavoratore apprendista ed ogni presunta omissione.




su www.studiolegalecavalletti.it
e news.studiolegalecavalletti.it
commento avv. Carlo Cavalletti
Via R. Fucini, 49
56125 Pisa

Leggi tutto...

Il datore è tenuto ad evitare situazioni stressogene che diano origine ad una situazione che possa, presuntivamente, ricondurre a una forma di danno alla salute anche in caso di mancata prova di un preciso intento [..]

Il datore è tenuto ad evitare situazioni stressogene che diano origine ..[..]

  • Data: 30

 

“Il datore è tenuto ad evitare situazioni stressogene che diano origine ad una situazione che possa, presuntivamente, ricondurre a una forma di danno alla salute anche in caso di mancata prova di un preciso intento persecutorio ” (Corte di Cassazione, sezione Lavoro, n. 7844 del 29.3.30218).


Con la sentenza n. 7844 del 29.3.2018 la Corte di Cassazione stabilisce che il datore “è tenuto ad evitare situazioni stressogene che diano origine ad una situazione che possa, presuntivamente, ricondurre a una forma di danno alla salute anche in caso di mancata prova di un preciso intento persecutorio. Lo stress forzato può arrivare dalla costrizione della vittima a lavorare in un ambiente ostile, per incuria e disinteresse del suo benessere lavorativo”.
La figura individuata dalla giurisprudenza è quella denominata straining, una situazione di stress realizzatosi sul luogo professionale che può coincidere, ma non necessariamente, con il mobbing.
Ed infatti, sia per i tempi frenetici dettati dalla concorrenza sia per la necessità di guadagno, lavoratori dipendenti evidenziano situazioni lavorative “stressogene” perpetrate dal datore di lavoro.
Spesso, ad esempio, il dipendente si trova a contestare nun demansionamento, un progressivo isolamento, la sottrazione di strumenti di lavoro e, più in generale, atteggiamenti di scherno o di intimidazione.
Anche se tali contestazioni non rientrano nel preciso perimetro del mobbing, tuttavia possono ingenerare nel lavoratore condizioni di ansia, insoddisfazione, notti in bianco, attacchi di panico, perdita di fiducia in se stessi, apatia conseguenti allo straining che determina una chiara responsabilità datoriale.
Quindi, senza voler compiere una distinzione analitica che invece dovrà essere esaminata per ogni singolo caso, lo straining si differenzia dal mobbing sia per la durata limitata nel tempo sia anche per il “non intento persecutorio, ed anzi spesso può essere semplicemente legato a fattori quali ad esempio la disorganizzazione aziendale.
Il caso nasce da un ricorso proposto, presso il Tribunale di Livorno, da un dipendente di un Istituto Bancario con cui veniva accertato il diritto del ricorrente all’inquadramento nella categoria dirigenziale a decorrere dall’ottobre 2001 ed al relativo trattamento economico oltre alla regolarizzazione della posizione contributiva, con conseguente condanna della società alla corresponsione delle differenze retributive ed al risarcimento per essersi verificato un evento lesivo per la salute a causa dei comportamenti tenuti dalla Banca, condannando, quindi, la stessa al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.
La sentenza veniva parzialmente modificata in Corte di Appello ma il datore ricorreva in Cassazione ove la suprema Corte stabiliva, a parer dello scrivente, che in tema di “straining”, quando il lavoratore ha subito azioni ostili anche se limitate nel numero e in parte distanziate nel tempo (quindi non rientranti, tout court, nei parametri del mobbing) ma tali da provocare in lui una modificazione in negativo, costante e permanente, della situazione lavorativa, atta ad incidere sul diritto alla salute, costituzionalmente tutelato, si prevede la condanna del datore di lavoro in quanto tenuto ad evitare situazioni “stressogene” che diano origine ad una condizione che, per caratteristiche, gravità, frustrazione personale o professionale, altre circostanze del caso concreto possa presuntivamente ricondurre a questa forma di danno anche in caso di mancata prova di un preciso intento persecutorio (sul punto Cass. n. 3291 del 2016).
Ed ancora se nel caso di specie, la Corte territoriale ha al riguardo enfatizzato le risultanze istruttorie concernenti la risonanza che ebbe in azienda l’improvvisa estromissione del dipendente dalla direzione generale cui si accompagnò un diffuso atteggiamento ostile e di scherno, realizzatosi anche mediante diffusione di lettere nell’agenzia, in assenza di qualsivoglia iniziativa datoriale volta a tutelare il dipendente tuttavia deve ritenersi congrua la decisione in commento che, rideterminando l’importo spettante al lavoratore, ha escluso ha perciò ritenuto adeguata la quantificazione operata dal consulente che, nella logica dello svolgimento di mansioni superiori ex art. 2103 cod. civ., ha correttamente tenuto conto dei minimi contrattuali di cui al CCNL di settore 1.12.2000.

 

commento avv. Carlo Cavalletti

www.studiolegalecavalletti.it

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

numero verde: 800912940

tel. 050540471

fax. 050542616

Leggi tutto...

In caso d’impugnazione, da parte del socio, del recesso della cooperativa, la tutela risarcitoria non è inibita dall’omessa impugnazione della contestuale delibera di esclusione fondata sulle medesime ragioni[....]

In caso d’impugnazione, da parte del socio, del recesso della cooperativa, la tutela risarcitoria[..]

  • Data: 13

“In caso d’impugnazione, da parte del socio, del recesso della cooperativa, la tutela risarcitoria non è inibita dall’omessa impugnazione della contestuale delibera di esclusione fondata sulle medesime ragioni, afferenti al rapporto di lavoro, mentre resta esclusa la tutela restitutoria” (Corte di Cassazione Sentenza Sezioni Unite 20 n. 27436 novembre 2017).

La giurisprudenza di merito, nel corso degli anni, aveva ritenuto non ricondurre le prestazioni di lavoro eseguite dal socio nell'ambito dei rapporti di lavoro subordinato, autonomo e di collaborazione dando prevalenza allo scopo sociale perseguito dalla stessa cooperativa.
Avvalorato il rischio di false cooperativa, che avrebbe determinato un pregiudizio dei diritti del lavoratore dinanzi alla qualifica (fittizia di socio), si era cercato di dare la prevalenza dell'aspetto lavorativo tramite l'art.  1, comma 3, della legge n. 142 del 3 aprile 2001 secondo cui “Il socio lavoratore di cooperativa stabilisce con la propria adesione o successivamente all'instaurazione del rapporto associativo un ulteriore rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale, con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali”.
Chiaro l'intervento del legislatore che con tale dizione ha ricondotto il rapporto del socio lavoratore al rapporto di lavoro con conseguente applicazione di ogni aspetto normativo.
In particolare nelle cooperative di produzione e lavoro, mentre è possibile che il socio può non rivestire la qualifica di  lavoratore, non è possibile che lo stesso continui ad essere lavoratore dopo aver perso la qualifica di socio. Tant'è che, ai sensi dell'art. 5, comma 2, della legge n. 142 del 3 aprile 2001, nella sua nuova formulazione: "Il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l'esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità con gli articoli 2526 e 2527 del codice civile".
Poiché quindi è possibile che la società con delibera possa escludere il socio e conseguentemente far venire meno la sua qualifica di lavoratore si può porre anche l'ipotesi in cui il lavoratore venga licenziato e con tale atto perda la qualifica di socio.
La Corte di Cassazione con sentenza n. 27436 del 20 novembre 2017, ha stabilito che il socio lavoratore di cooperativa che sia stato destinatario di un provvedimento di esclusione dalla società e di un atto di recesso dal rapporto di lavoro, nel caso in cui intenda ottenere una tutela restitutoria  deve necessariamente impugnare, nei termini di cui all'art. 2533 c.c., anche la delibera di esclusione chiedendone l'invalidazione. Le Sezioni Unite hanno chiarito che, in tal ipotesi, la tutela restitutoria non deriva dall'applicazione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratorio, ma dalla invalidazione della delibera di esclusione del socio in seguito all'accoglimento della domanda giudiziale.

Le Sezioni Unite hanno precisato, però, che nel caso in cui il socio lavoratore ometta di impugnare tempestivamente anche la delibera di esclusione, ciò che gli è preclusa è solo la tutela restitutoria mentre non è preclusa la tutela tradizionale ovvero quella risarcitoria.

www.studiolegalecavalletti.it
news.studiolegalecavalletti.it
commento avv. Carlo Cavalletti
Via R. Fucini, 49
56125 Pisa



Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Log in

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy & Informativa Privacy.

Cliccando su "OK" acconsenti all’uso dei cookie.