Diritto del Lavoro

Corte di Cassazione – sez. Lavoro n. 4211/2016 - il datore è responsabile del fumo passivo in azienda

Fumo passivo in azienda. [..]

  • Data:04

Con questa importante sentenza della Corte di Cassazione – sez. Lavoro n. 4211/2016 – viene stabilito il principio secondo cui il datore di lavoro non vigliare sui dipendenti che non rispettano il divieto di fumare e ritenere di essere in regola con la legge per il solo fatto di aver predisposto qualche circolare anti-fumo. Il principio viene dalla Corte di Cassazione con cui viene condannata la Rai a risarcire un lavoratore.
La tv pubblica è stata infatti giudicata «manchevole» nel prendere provvedimenti contro chi ha continuato ad appestare i colleghi nonostante le sigarette fossero state messe al bando in uffici, corridoi, studi e redazioni. Per questo motivo la Suprema Corte ha confermato la condanna dell’azienda a risarcire, con quasi 32mila euro più interessi, i danni biologici e morali da fumo passivo subiti da una giornalista ora in pensione, ex conduttrice del Tg3.
Il datore si era difeso sostenendo di aver adottato tutte le misure necessarie contro il fumo. Ma la tv pubblica ha avuto ben poco da esibire a sua discolpa. Ad avviso della Suprema Corte, infatti, circolari e direttive - che sono l’unica cosa che la Rai ha detto di aver messo in campo - «non costituiscono, evidentemente, misura idonea a contrastare i rischi da esposizione da fumo passivo» se non si fanno rispettare con sanzioni. Queste disposizioni contro il fumo in tutti gli ambienti di lavoro della tv pubblica - rilevano gli “ermellini” condividendo quanto appurato dalla Corte di Appello di Roma - rimanevano «praticamente inattuate» perché l’azienda aveva scelto la strada del «cosiddetto approccio persuasivo e non repressivo», sottolinea il verdetto 4211 depositato oggi dalla Sezione lavoro della Cassazione. Una sentenza che fa sentire il fiato sul collo anche agli altri datori di lavoro tolleranti con i fumatori incalliti.
 Prova del “permissivismo” di Viale Mazzini sul vizio del fumo, è la circostanza che la Rai, nemmeno nel materiale difensivo depositato in Cassazione, - affermano i supremi giudici - ha dato prova «dell’effettiva inflizione di qualche sanzione disciplinare» ai trasgressori del divieto di accendere sigarette. In pratica, quella della Rai - rileva la decisione della Suprema Corte, collegio presieduto da Federico Roselli - è stata una «manchevole condotta» per la quale è stata riconosciuta la responsabilità di natura contrattuale dell’emittente pubblica, nei confronti della giornalista, «per non aver posto in essere misure idonee a prevenire la nocività dell’ambiente lavorativo derivante dal fumo».
Le indicate allegazioni datoriali, infatti, non sono da ritenersi sufficienti dinanzi a una riconosciuta responsabilità contrattuale del datore di lavoro per esposizione a fumo passivo, peraltro in assenza di alcuna prova circa l'effettiva inflizione di sanzioni disciplinari in merito, soltanto ipotizzate.
Del resto, l'articolo 1218 c.c. sancisce chiaramente che il debitore che non esegue la prestazione dovuta in maniera esatta deve risarcire il danno, a meno che non provi che l'inadempimento o il ritardo siano derivati da impossibilità della prestazione per causa a lui non imputabile.
In base alle perizie svolte sia in primo che in secondo grado, era emersa «la riconducibilità eziologica della patologia riscontrata a carico della lavoratrice alle condizioni di lavoro, ravvisando un danno biologico pari al 15%, con conseguente risarcimento».

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