Diritto del Lavoro

In caso d’impugnazione, da parte del socio, del recesso della cooperativa, la tutela risarcitoria non è inibita dall’omessa impugnazione della contestuale delibera di esclusione fondata sulle medesime ragioni[....]

In caso d’impugnazione, da parte del socio, del recesso della cooperativa, la tutela risarcitoria[..]

  • Data: 13

“In caso d’impugnazione, da parte del socio, del recesso della cooperativa, la tutela risarcitoria non è inibita dall’omessa impugnazione della contestuale delibera di esclusione fondata sulle medesime ragioni, afferenti al rapporto di lavoro, mentre resta esclusa la tutela restitutoria” (Corte di Cassazione Sentenza Sezioni Unite 20 n. 27436 novembre 2017).

La giurisprudenza di merito, nel corso degli anni, aveva ritenuto non ricondurre le prestazioni di lavoro eseguite dal socio nell'ambito dei rapporti di lavoro subordinato, autonomo e di collaborazione dando prevalenza allo scopo sociale perseguito dalla stessa cooperativa.
Avvalorato il rischio di false cooperativa, che avrebbe determinato un pregiudizio dei diritti del lavoratore dinanzi alla qualifica (fittizia di socio), si era cercato di dare la prevalenza dell'aspetto lavorativo tramite l'art.  1, comma 3, della legge n. 142 del 3 aprile 2001 secondo cui “Il socio lavoratore di cooperativa stabilisce con la propria adesione o successivamente all'instaurazione del rapporto associativo un ulteriore rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale, con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali”.
Chiaro l'intervento del legislatore che con tale dizione ha ricondotto il rapporto del socio lavoratore al rapporto di lavoro con conseguente applicazione di ogni aspetto normativo.
In particolare nelle cooperative di produzione e lavoro, mentre è possibile che il socio può non rivestire la qualifica di  lavoratore, non è possibile che lo stesso continui ad essere lavoratore dopo aver perso la qualifica di socio. Tant'è che, ai sensi dell'art. 5, comma 2, della legge n. 142 del 3 aprile 2001, nella sua nuova formulazione: "Il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l'esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità con gli articoli 2526 e 2527 del codice civile".
Poiché quindi è possibile che la società con delibera possa escludere il socio e conseguentemente far venire meno la sua qualifica di lavoratore si può porre anche l'ipotesi in cui il lavoratore venga licenziato e con tale atto perda la qualifica di socio.
La Corte di Cassazione con sentenza n. 27436 del 20 novembre 2017, ha stabilito che il socio lavoratore di cooperativa che sia stato destinatario di un provvedimento di esclusione dalla società e di un atto di recesso dal rapporto di lavoro, nel caso in cui intenda ottenere una tutela restitutoria  deve necessariamente impugnare, nei termini di cui all'art. 2533 c.c., anche la delibera di esclusione chiedendone l'invalidazione. Le Sezioni Unite hanno chiarito che, in tal ipotesi, la tutela restitutoria non deriva dall'applicazione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratorio, ma dalla invalidazione della delibera di esclusione del socio in seguito all'accoglimento della domanda giudiziale.

Le Sezioni Unite hanno precisato, però, che nel caso in cui il socio lavoratore ometta di impugnare tempestivamente anche la delibera di esclusione, ciò che gli è preclusa è solo la tutela restitutoria mentre non è preclusa la tutela tradizionale ovvero quella risarcitoria.

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Non può essere vietato in assoluto al lavoratore lo svolgimento di attività (lavorative o extra lavorative) durante la malattia, a condizione che dette attività[..]

Non può essere vietato in assoluto al lavoratore lo svolgimento di attività (lavorative o extra lavorative) durante la malattia[..]

  • Data: 13

 

“Non può essere vietato in assoluto al lavoratore lo svolgimento di attività (lavorative o extra lavorative) durante la malattia, a condizione che dette attività non siano tali da far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrandone quindi la simulazione fraudolenta, o tali da pregiudicare o ritardare la guarigione e, di conseguenza, il rientro in servizio del lavoratore” (Corte di Cassazione Sentenza 19 settembre 2017 sezione lavoro n. 21667).
 

Il caso concreto concerne un lavoratore sorpreso a svolgere alcune attività presso l’esercizio commerciale del figlio durante la malattia a seguito di un infortunio sul lavoro. L’Inail aveva certificato infermità a seguito di una contusione alla spalla e al polso che impedivano al lavoratore di svolgere le mansioni di autotrenista cui era addetto (guida di camion con scarico delle merci trasportate). La società datrice di lavoro aveva esperito la procedura disciplinare, sfociata nel licenziamento del lavoratore per giusta causa.
La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, valuta se il caso possa essere configurato come licenziamento per giusta causa del lavoratore che abbia svolto attività lavorativa (o extra lavorativa) durante il periodo di malattia, e sull’iter che il giudice deve seguire per valutare la compatibilità di tali attività con tale stato.
Durante il giudizio di primo grado, la società datrice di lavoro aveva allegato e documentato tramite investigazioni private,  fotografie e  deposizione di un teste  come il lavoratore, durante il periodo di malattia, aveva svolto attività incompatibili con tale stato (avendo contusioni alla spalla e al polso) quali la guida di autovettura, l’apertura e chiusura del negozio del figlio, lo spostamento di carichi pesanti e di vasi con piante: il Tribunale dichiarava la legittimità del licenziamento.
La Corte di Appello, ribaltando la sentenza di primo grado, aveva invece accolto l’impugnazione del lavoratore, sostenendo che le attività svolte da quest’ultimo presso l’esercizio commerciale del figlio nei giorni e negli orari indicati nella contestazione disciplinare non erano contrarie allo stato di malattia. Di fatto era emersa una diversa attività svolta dal lavoratore che si era limitato a guidare la propria auto, nello spostare piccole piantine e chiudere la saracinesca del negozio con dispositivo elettronico.
Il datore di lavoro ricorreva in Cassazione lamentando come la Corte d’Appello avesse confuso la “falsità ideologica” del certificato medico con la condotta contestata, consistente nello svolgimento da parte del lavoratore di un’attività “pregiudicante” lo stato di malattia e si dogliava anche come tale attività fosse qualificata come lavorativa e non semplicemente come “pregiudicante lo stato d’infortunio”.
La Suprema Corte rigettava integralmente il ricorso, confermando la decisione del giudice d’appello.
La pronuncia si inserisce nell'orientamento, secondo cui non può essere vietato in assoluto al lavoratore lo svolgimento di attività (lavorative o extra lavorative) durante la malattia, a condizione che dette attività non siano tali da far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrandone quindi la simulazione fraudolenta, o tali da pregiudicare o ritardare la guarigione e, di conseguenza, il rientro in servizio del lavoratore.
Secondo la Corte, le attività lavorative (e non) pregiudicherebbero lo stato di malattia (o d’infortunio) non solo qualora ne derivi l’effettiva impossibilità temporanea di ripresa (e dunque, in concreto, il lavoratore abbia ritardato la guarigione o la malattia si sia aggravata), ma anche qualora tali attività possano in astratto mettere in pericolo la guarigione del lavoratore, attraverso un giudizio da svolgersi ex ante.
Nella parte motivata la Corte specifica comunque il principio secondo cui la valutazione della incompatibilità dell’attività svolta in costanza di malattia spetta ai giudici di merito ed è da valutarsi caso per caso sulla base del tipo di attività (sia lavorativa sia extra lavorativa) svolta dal lavoratore, della patologia diagnosticata e delle mansioni normalmente espletate presso il datore di lavoro.
 

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