Diritto del Lavoro

Il datore è tenuto ad evitare situazioni stressogene che diano origine ad una situazione che possa, presuntivamente, ricondurre a una forma di danno alla salute anche in caso di mancata prova di un preciso intento [..]

Il datore è tenuto ad evitare situazioni stressogene che diano origine ..[..]

  • Data: 30

 

“Il datore è tenuto ad evitare situazioni stressogene che diano origine ad una situazione che possa, presuntivamente, ricondurre a una forma di danno alla salute anche in caso di mancata prova di un preciso intento persecutorio ” (Corte di Cassazione, sezione Lavoro, n. 7844 del 29.3.30218).


Con la sentenza n. 7844 del 29.3.2018 la Corte di Cassazione stabilisce che il datore “è tenuto ad evitare situazioni stressogene che diano origine ad una situazione che possa, presuntivamente, ricondurre a una forma di danno alla salute anche in caso di mancata prova di un preciso intento persecutorio. Lo stress forzato può arrivare dalla costrizione della vittima a lavorare in un ambiente ostile, per incuria e disinteresse del suo benessere lavorativo”.
La figura individuata dalla giurisprudenza è quella denominata straining, una situazione di stress realizzatosi sul luogo professionale che può coincidere, ma non necessariamente, con il mobbing.
Ed infatti, sia per i tempi frenetici dettati dalla concorrenza sia per la necessità di guadagno, lavoratori dipendenti evidenziano situazioni lavorative “stressogene” perpetrate dal datore di lavoro.
Spesso, ad esempio, il dipendente si trova a contestare nun demansionamento, un progressivo isolamento, la sottrazione di strumenti di lavoro e, più in generale, atteggiamenti di scherno o di intimidazione.
Anche se tali contestazioni non rientrano nel preciso perimetro del mobbing, tuttavia possono ingenerare nel lavoratore condizioni di ansia, insoddisfazione, notti in bianco, attacchi di panico, perdita di fiducia in se stessi, apatia conseguenti allo straining che determina una chiara responsabilità datoriale.
Quindi, senza voler compiere una distinzione analitica che invece dovrà essere esaminata per ogni singolo caso, lo straining si differenzia dal mobbing sia per la durata limitata nel tempo sia anche per il “non intento persecutorio, ed anzi spesso può essere semplicemente legato a fattori quali ad esempio la disorganizzazione aziendale.
Il caso nasce da un ricorso proposto, presso il Tribunale di Livorno, da un dipendente di un Istituto Bancario con cui veniva accertato il diritto del ricorrente all’inquadramento nella categoria dirigenziale a decorrere dall’ottobre 2001 ed al relativo trattamento economico oltre alla regolarizzazione della posizione contributiva, con conseguente condanna della società alla corresponsione delle differenze retributive ed al risarcimento per essersi verificato un evento lesivo per la salute a causa dei comportamenti tenuti dalla Banca, condannando, quindi, la stessa al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.
La sentenza veniva parzialmente modificata in Corte di Appello ma il datore ricorreva in Cassazione ove la suprema Corte stabiliva, a parer dello scrivente, che in tema di “straining”, quando il lavoratore ha subito azioni ostili anche se limitate nel numero e in parte distanziate nel tempo (quindi non rientranti, tout court, nei parametri del mobbing) ma tali da provocare in lui una modificazione in negativo, costante e permanente, della situazione lavorativa, atta ad incidere sul diritto alla salute, costituzionalmente tutelato, si prevede la condanna del datore di lavoro in quanto tenuto ad evitare situazioni “stressogene” che diano origine ad una condizione che, per caratteristiche, gravità, frustrazione personale o professionale, altre circostanze del caso concreto possa presuntivamente ricondurre a questa forma di danno anche in caso di mancata prova di un preciso intento persecutorio (sul punto Cass. n. 3291 del 2016).
Ed ancora se nel caso di specie, la Corte territoriale ha al riguardo enfatizzato le risultanze istruttorie concernenti la risonanza che ebbe in azienda l’improvvisa estromissione del dipendente dalla direzione generale cui si accompagnò un diffuso atteggiamento ostile e di scherno, realizzatosi anche mediante diffusione di lettere nell’agenzia, in assenza di qualsivoglia iniziativa datoriale volta a tutelare il dipendente tuttavia deve ritenersi congrua la decisione in commento che, rideterminando l’importo spettante al lavoratore, ha escluso ha perciò ritenuto adeguata la quantificazione operata dal consulente che, nella logica dello svolgimento di mansioni superiori ex art. 2103 cod. civ., ha correttamente tenuto conto dei minimi contrattuali di cui al CCNL di settore 1.12.2000.

 

commento avv. Carlo Cavalletti

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Corte di Cassazione – sez. Lavoro n. 4211/2016 - il datore è responsabile del fumo passivo in azienda

Fumo passivo in azienda. [..]

  • Data:04

Con questa importante sentenza della Corte di Cassazione – sez. Lavoro n. 4211/2016 – viene stabilito il principio secondo cui il datore di lavoro non vigliare sui dipendenti che non rispettano il divieto di fumare e ritenere di essere in regola con la legge per il solo fatto di aver predisposto qualche circolare anti-fumo. Il principio viene dalla Corte di Cassazione con cui viene condannata la Rai a risarcire un lavoratore.
La tv pubblica è stata infatti giudicata «manchevole» nel prendere provvedimenti contro chi ha continuato ad appestare i colleghi nonostante le sigarette fossero state messe al bando in uffici, corridoi, studi e redazioni. Per questo motivo la Suprema Corte ha confermato la condanna dell’azienda a risarcire, con quasi 32mila euro più interessi, i danni biologici e morali da fumo passivo subiti da una giornalista ora in pensione, ex conduttrice del Tg3.
Il datore si era difeso sostenendo di aver adottato tutte le misure necessarie contro il fumo. Ma la tv pubblica ha avuto ben poco da esibire a sua discolpa. Ad avviso della Suprema Corte, infatti, circolari e direttive - che sono l’unica cosa che la Rai ha detto di aver messo in campo - «non costituiscono, evidentemente, misura idonea a contrastare i rischi da esposizione da fumo passivo» se non si fanno rispettare con sanzioni. Queste disposizioni contro il fumo in tutti gli ambienti di lavoro della tv pubblica - rilevano gli “ermellini” condividendo quanto appurato dalla Corte di Appello di Roma - rimanevano «praticamente inattuate» perché l’azienda aveva scelto la strada del «cosiddetto approccio persuasivo e non repressivo», sottolinea il verdetto 4211 depositato oggi dalla Sezione lavoro della Cassazione. Una sentenza che fa sentire il fiato sul collo anche agli altri datori di lavoro tolleranti con i fumatori incalliti.
 Prova del “permissivismo” di Viale Mazzini sul vizio del fumo, è la circostanza che la Rai, nemmeno nel materiale difensivo depositato in Cassazione, - affermano i supremi giudici - ha dato prova «dell’effettiva inflizione di qualche sanzione disciplinare» ai trasgressori del divieto di accendere sigarette. In pratica, quella della Rai - rileva la decisione della Suprema Corte, collegio presieduto da Federico Roselli - è stata una «manchevole condotta» per la quale è stata riconosciuta la responsabilità di natura contrattuale dell’emittente pubblica, nei confronti della giornalista, «per non aver posto in essere misure idonee a prevenire la nocività dell’ambiente lavorativo derivante dal fumo».
Le indicate allegazioni datoriali, infatti, non sono da ritenersi sufficienti dinanzi a una riconosciuta responsabilità contrattuale del datore di lavoro per esposizione a fumo passivo, peraltro in assenza di alcuna prova circa l'effettiva inflizione di sanzioni disciplinari in merito, soltanto ipotizzate.
Del resto, l'articolo 1218 c.c. sancisce chiaramente che il debitore che non esegue la prestazione dovuta in maniera esatta deve risarcire il danno, a meno che non provi che l'inadempimento o il ritardo siano derivati da impossibilità della prestazione per causa a lui non imputabile.
In base alle perizie svolte sia in primo che in secondo grado, era emersa «la riconducibilità eziologica della patologia riscontrata a carico della lavoratrice alle condizioni di lavoro, ravvisando un danno biologico pari al 15%, con conseguente risarcimento».

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Ipotesi di responsabilità del datore di lavoro per gli infortuni dei propri dipendenti

L’infortunio sul lavoro, viene sanzionato dalla legge penale attraverso i reati di lesioni colpose e di omicidio colposo. In entrambi i casi si potrà ravvisarsi la colpa (e quindi la responsabilità) del datore di lavoro (o dei soggetti specificamente preposti alla sicurezza sul luogo di lavoro) se dovesse risultare la mancata osservanza delle regole che impongono l’adozione di efficaci misure di sicurezza per la tutela della salute sul luogo di lavoro.
Lo Studio è in grado di offrire la propria assistenza nella gestione della vicenda infortunistica - oltre che per i profili risarcitori e giuslavoristici - anche per i profili penali ad essa connessi.

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