Diritto del Lavoro

La mancata iscrizione del professionista all'albo degli ingegnere determina la nullità della prestazione ai sensi dell'art. 2331 c.c.” (Giudice di Pace di Pisa sentenza n. 150 anno 2019).

La mancata iscrizione del professionista all'albo degli ingegnere determina la nullità ... ... 

  • Data: 19 Marzo
““La mancata iscrizione del professionista all'albo degli ingegnere determina la nullità della prestazione ai sensi dell'art. 2331 c.c.” (Giudice di Pace di Pisa sentenza n. 150 anno 2019).” 
La vicenda riguarda una richiesta di pagamento formulata da un professionista nei confronti di un condominio per presuntà attività di calcolo relativa a lavori di ristrutturazione.
Si costituiva dinanzi al Giudice di Pace di Pisa il Condominio, rappresentato dall'avv. Carlo Cavalletti, che eccepiva sia la mancata conclusione di accordo professionale sia la mancata iscrizione del professionista nell'albo degli ingegneri.
Nel procedimento in essere si costituiva a sostegno della domanda di parte attrice, in via adesiva autonoma, una ulteriore figura quale un ingegnere riferendo che lo stesso risultava iscritto al competente ordine ed avrebbe svolto il lavoro per conto del Condominio.
Il Giudice acquisiva i verbali di assemblea e ammetteva interrogatorio formale dell'attore nella cui udienza veniva richiesto se fosse iscritto all'ordine degli ingegneri.
In data 25.2.2019 il Giudice di Pace pubblicava la sentenza in commento confermando la totale ragione del condominio, rappresentato dall'avv. Carlo Cavalletti, motivando come, anche laddove dovesse ritenersi sussistente l'incarico dedotto in giudizio da parte attrice, a prestazione risulterebbe comunque nulla stante la mancata iscrizione dell'attore all'albo degli ingegneri, e ciò ai sensi dell'art. 2331 cc (sul punto cfr. Cassazione Civ. n. 11947/1993).
Ed ancora il Giudice, sempre in accoglimento delle eccezioni mosse dal legale del condominio, affermava come in relazione alla domanda formulata dal terzo intervenuto in via subordinata, la stessa anche ove ritenuta provata, risulterebbe incompatibile con la posizione assunta in via principale che si configura come un intervenuto adesivo alla domanda di parte attrice e non come una domanda propria. Tale domanda proposta in via subordinata deve pertanto essere respinta.

 

Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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L'opposizione alla cartella di pagamento, emessa ai fini della riscossione di una sanzione amministrativa pecuniaria comminata per violazione del codice della strada, va proposta ai sensi dell'art 7 d.lgs 150/11 [..]

L'opposizione alla cartella di pagamento, emessa ai fini della riscossione di una sanzione ... ... 

  • Data: 19 Marzo
“L'opposizione alla cartella di pagamento, emessa ai fini della riscossione di una sanzione amministrativa pecuniaria comminata per violazione del codice della strada, va proposta ai sensi dell'art. 7 d.lgs 150/11 e non nelle forme della opposizione all'esecuzione ex art. 615 cod. proc. Civ. (sentenza n. 171 anno 2019 Giudice di Pace di Pisa)” 
La sentenza in oggetto concerne una opposizione nelle forme ex art. 615 c.p.c, presentata dall'avv. Carlo Cavalletti, relativa ad una cartella esattoriale per presunte violazioni del cds.

Il Giudice riferisce come le SS.UU. con la sentenza 22/09/2017 n. 22080 hanno sancito che l'opposizione alla cartella di pagamento, emessa ai fini della riscossione di una sanzione amministrativa pecuniaria comminata per violazione del codice della strada, va proposta ai sensi dell'art. 7 d.lgs 150/11 e non nelle forme della opposizione all'esecuzione ex art. 615 cod. proc. civ., qualora la parte deduca che essa costituisce il primo atto con il quale è venuta a conoscenza della sanzione irrogata in ragione della nullità o dell'omissione della notificazione del processo verbale di accertamento della violazione del codice della strada, il termine per la proponibilità del ricorso, a pena di inammissibilità, è quello di trenta giorni decorrente dalla data di notificazione della cartella di pagamento.

In relazione alla avvenuta prescrizione, eccepita dalla difesa del ricorrente, il Giudice motiva come, secondo il disposto degli artt. 209 Cds e 28 L.689/81, risulta essere decorso il termine prescrizionale di cinque anni fra la data della notifica del verbale di contravvenzione avvenuta il 13.6.09 e la notificazione della cartella esattoriale, avvenuta nel dicembre 2018, senza che alcun atto interruttivo della prescrizione stessa sia stato notificato all'opponente in tale lasso di tempo. Per tali motivi, in accoglimento della proposta opposizione, va dichiarata l'estinzione dell'obbligazione pecuniaria per intervenuta estinzione del credito cartellizzato, non esercitato nel termine quinquennale, con conseguente caducazione della relativa cartella.

Sull'applicazione del termine quinquennale ex art.209 Cds, si osserva che la cartella esattoriale vale come un mero atto di precetto, volto alla messa in mora del debitore e all'interruzione del termine prescrizionale.

L'autorità giudiziaria, stante le ragioni, condanna altresì la controparte al pagamento delle spese processuali.

 

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Ai fini della composizione di un rilevato contrasto sulle modalità di formulazione dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla banca allorchè il correntista domandi la restituzione di somme indebitamente versate, ed in [..]

Ai fini della composizione di un rilevato contrasto sulle modalità di formulazione dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla banca allorchè il correntista ... ... 

  • Data: 04 Marzo
Ai fini della composizione di un rilevato contrasto sulle modalità di formulazione dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla banca allorchè il correntista domandi la restituzione di somme indebitamente versate, ed in particolare se l’eccezione di prescrizione, per essere validamente proposta, debba contenere anche l’allegazione delle singole rimesse aventi natura solutoria operate nel corso del rapporto la Prima Sezione rimette gli atti al Presidente per valutare l'assegnazione alle Sezioni Unite” (Ordinanza Interlocutoria n. 27680 anno 2018

Il caso concerne quello di una società che aveva promosso azione legale al fine di rideterminare il saldo di due conti correnti con apertura di credito, previa declaratoria di nullità della clausola degli interessi anatocistici, con condanna dell’istituto bancario alla ripetizione dell’indebito.

La Corte d’Appello di Torino aveva stabilito che la Banca doveva restituire delle somme, al netto delle rimesse, qualificate solutorie e ritenute prescritte e contro tale decisione parte attrice promuoveva ricorso in Cassazione.

In particolare la ricorrente denunciava la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2938, 2697 e 2727 c.c. da parte dei giudici di merito, in quanto avevano accolto un’eccezione di prescrizione formulata dall’Istituto bancario che risultava essere generica, in quanto la Banca non aveva allegato e provato quali fossero le rimesse extra fido e quindi solutorie.

Di opposta valutazione era l’istituto bancario che sosteneva la validità dell’eccezione di prescrizione. In particolare, la Banca evidenziava come non fosse necessaria un’elencazione delle singole rimesse ritenute prescritte.

La Corte di Cassazione evidenzia come la discussione sulla eccezione di prescrizione estintiva, abbia avuto origine dalla sentenza delle Sezioni Unite del 2 dicembre 2010, n. 24418. La Suprema Corte, aveva enunciato il principio secondo cui l’azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente di una banca, che contesta la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, fosse soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. In altri termini, le Sezioni Unite sostengono la necessità di distinguere i versamenti solutori da quelli ripristinatori.

Da tale pronuncia si sono evidenziati due diversi orientamenti.

Un primo orientamento sostiene che l’eccezione della banca con riferimento a tutte le rimesse affluite sul conto, senza indicazione di quelle aventi natura solutoria, sarebbe inammissibile.

L'altro orientamento ritiene che, nel caso di eccezione di prescrizione, compete al giudice – tramite un consulente tecnico – verificare quali rimesse siano solutorie o ripristinatorie

Tale orientamento è il frutto dell’interpretazione secondo cui sarebbe eccessivamente sproporzionato e gravoso – rispetto alla corrispettiva posizione del cliente – riconoscere tale onere in capo all’istituto di credito.

Il Collegio rimette gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite ai fini della composizione del rilevato contrasto.



Commento avv. Carlo Cavalletti iscritto all'albo Cassazionisti

 

 

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Nel caso di disconoscimento della sottoscrizione sulle relate deve essere richiesta la verificazione e produrre l'atto sul quale compare la firma disconosciuta. Nel caso in cui il Giudice ordini di produrre gli originali degli ..

Nel caso di disconoscimento della sottoscrizione sulle relate deve essere richiesta la verificazione ... 

  • Data: 11 Febbraio
Nel caso di disconoscimento della sottoscrizione sulle relate deve essere richiesta la verificazione e produrre l'atto sul quale compare la firma disconosciuta. Nel caso in cui il Giudice ordini di produrre gli originali degli avvisi di ricevimento e non vengono prodotti si ritiene che sia integrata la carenza di prova in ordine alla regolarità delle notifiche” (Tribunale di Pisa, sez. Lavoro, sentenza n. 61 anno 2019)
 La vicenda riguarda un artigiano che proponeva ricorso ex art. 615 e 617 c.p.c. avverso il pignoramento di autoveicoli ex art. 521 bis e 49 dpr 602/1973 promosso dall'agenzia competente per la riscossione dei contributi per un valore di € 7.000,00 sulla base di cartelle esattoriali riguardanti crediti di natura contributiva.

La difesa, costituita dagli avv.ti Carlo Cavalletti e Francesco Capurso, contestavano la regolarità della notifica e, in particolare, che il cliente era venuto a conoscenza delle cartelle sono in occasione del pignoramento.

Nel giudizio di merito il ricorrente provvedeva a disconoscere la sottoscrizione delle relate evidenziando la difformità delle stesse.

Si costituiva la competente agenzia di riscossione eccependo la irrilevanza del disconoscimento in quanto, a suo dire, occorreva la querela di falso.

Il Giudice argomenta le ragioni affermando come nel caso concreto sia necassario il mero disconoscimento e che, la parte che chiede la verificazione, deve produrre l'originale dell'atto sul quale compare la firma disconosciuta.

Tuttavia il Giudice aveva richiesto all'agenzia il deposito degli originali degli avvisi di accertamento sui quali appaiono le sottoscrizioni ma la resistente nulla ha prodotto.

Va dunque ritenuta la carenza di prova in ordine alla regolarità delle notifiche degli avvisi di addebito con condanna della resistente alle spese del giudizio.

Commento avv. Carlo Cavalletti iscritto all'albo Cassazionisti

 

 

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La indennità di turno corrisposta alla lavoratrice è da computarsi nel calcolo del t.f.r. Nel caso in cui il lavoratore invochi la disciplina dell'art. 2120 c.c. la esistenza di CCNL diverse spetta al datore come onere della prova”[...]

 La indennità di turno corrisposta alla lavoratrice è da computarsi nel calcolo del t.f.r... 

  • Data: 1 Febbraio
“La indennità di turno corrisposta alla lavoratrice è da computarsi nel calcolo del t.f.r. Nel caso in cui il lavoratore invochi la disciplina dell'art. 2120 c.c. la esistenza di CCNL diverse spetta al datore come onere della prova” (Tribunale di Pisa sentenza n. 234 anno 2016)

La vicenda riguarda uan lavoratrice, operante nel terzo settore, che al momento del licenziamento verificava il conteggio relativo al tfr rilevando come la datrice non avesse computato, ai fini della disciplina ex art. 2120 c.c., l'indennità di turno diurno.

L'avv. Carlo Cavalletti si rivolgeva all'ente dapprima con una richiesta stragiudiziale ma, stante il mancato riscontro, procedeva con ricorso depositato presso il competente Tribunale di Pisa.

In poco più di un anno il Tribunale, sezione Lavoro, emetteva sentenza n. 234/2016 in cui accoglieva in toto le ragioni della lavoratrice per le ragioni che andiamo ad esporre.

Dapprima il Giudice, in ordine alla previsione di CCNL diversi, riferisce che si tratta di una eccezione in sendo tecnico-giuridico e perciò il relativo onere della prova spetta al datore.

Nel caso di specie poi l'art. 58 comma 6 CCNL enumera tra le voci, che rientrano nel tfr, le indennità ricorrenti che corrisponde ad un'espressione sovrapponibile a qualla di “somme non occasionali” di cui all'art. 2120 c.c.

Tale voce è presente nella stragrande maggioranza delle buste paga in atti e peraltro, sino al 2005, il medesimo datore ha computato la “indennità di turno diurno” nel conteggio utile ai fini del t.f.r.

Per tutte le ragioni espresse il Tribunale di Pisa condanna l'ente al pagamento del t.f.r. aggiornato con la voce mancante ed altresì al pagamento delle spese processuali.

 

 

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L'onere della prova dell'avvenuta interruzione spetta a Agenzia delle Entrate così come spetta allo stesso ente di riscossione la prova della regolarità della notifica” (Giudice di Pace di Pisa sentenza n. 11/2019 rg. 2674/2016).

 L'onere della prova dell'avvenuta interruzione spetta a Agenzia delle Entrate.... 

  • Data: 30 Gennaio
“L'onere della prova dell'avvenuta interruzione spetta a Agenzia delle Entrate così come spetta allo stesso ente di riscossione la prova della regolarità della notifica” (Giudice di Pace di Pisa sentenza n. 11/2019 rg. 2674/2016)

La vicenda riguarda una società che si occupa di trasporti e rifiuti che si vedeva notificare cartelle esattoriali da Agenzia delle Entrate di Riscossione (ex Equitalia) per presunte violazioni del codice della strada e altre sanzioni amministrative.

La difesa, costituita dagli avv.ti Carlo Cavalletti e Andrea Doveri, eccepivano sia la irreolarità/illegittimità delle avvenute notifiche sia la prescrizione dei presunti crediti in quanto concernenti somme sottoposte al decorso temporale.

Il Giudice accoglie in toto la difesa della società affermando che “nel momento in cui viene eccepita la illegittimità della notifica delle cartelle di pagamento poste a fondamento dell'intimazione di pagamento impugnata, sorge in capo a Agenzia delle Entrate-Riscossione l'onere della prova di documentare la correttezza della notifica”.

Altresì “nel momento in cui viene eccepita la prescrizione del credito posto a fondamento dell'intimazione di pagamento impugnata, sorge in capo a Agenzia delle Entrate-Riscossione l'onere della prova di documentare la interruzione della prescrizione”.

Stante la mancata prova addotta da Agenzia delle Entrate-Riscossioni il Giudice accoglie l'opposizione annullando le cartelle di pagamento poste a fondamento della intimazione.

L'Autorità Giudiziaria, dando ulteriore risalto alla decisione, condanna anche Agenzia delle Entrate-Riscossioni al pagamento delle spese di lite.

 

 

 

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L'obbligo di concorrere al mantenimento del figlio dedito agli studi universitari cessa qualora quest'ultimo, presso una sede diversa dal luogo di residenza, non abbia ottenuto alcun titolo di studio o una possibile occupazione remunerativa” (Tribun

 L'obbligo di concorrere al mantenimento del figlio dedito agli studi universitari cessa  qualora  ..[..]

  • Data: 17 Dicembre

“L'obbligo di concorrere al mantenimento del figlio dedito agli studi universitari cessa  qualora quest'ultimo, presso una sede diversa dal luogo di residenza, non abbia ottenuto alcun titolo di studio o una possibile occupazione remunerativa” (Tribunale di Pisa rg. 942 anno 2018).

 

Il caso trattato dallo Studio Legale Cavalletti (nella persona dei legali avv. Carlo Cavalletti e Martina Marianetti) prende spunto da una richiesta di revoca dell'assegno di mantenimento proposta dal padre della figlia che si era visto arrivare una comunicazione da parte dell'Agenzia delle Entrate per modifiche alla dichiarazione dei redditi in quanto la resistente non era più a suo carico.

Nel ricorso la scrivente difesa altresì documentava come la figlia avesse conseguito una laurea triennale ed esercitasse un lavoro adeguato oltre a convivere, di fatto, con un pilota di aerei e che infine sui social indicava vari lavori svolti per società terze.

Si costituiva la figlia contestando le ragioni del padre in quanto, a suo dire, era in procinto di terminare gli studi per la laurea specialistica.

Il Tribunale, riunito in camera di consiglio, rilevava come la figlia aveva un'età pari a trentaquattro anni e che aveva conseguito una laurea triennale all'eta di ventisei anni e che quindi trova conferma, nel caso concreto, la decisione della Suprema Corte di Cassazione secondo cui “l'obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio maggiorenne cessa ove lo stesso sia ancora dedito agli studi universitari presso una sede diversa dal luogo di residenza familiare, senza aver ingiustificatamente conseguito alcun correlato titolo di studio o una occupazione remunerativa” (cfr. Cassazione Civile n. 27377/2013).

Nel caso concreto, motiva il Tribunale, si è mostrato un ritardo considerevole nel conseguire la laurea biennale ed a nulla varrebbe dimostrare che tra il conseguimento della laurea triennale e l'iscrizione a quella biennale sia trascorso del tempo in quanto le considerazioni che precedono valgono ancor più laddove il percorso di studio venga non solo rallentato ma addirittura interrotto.

Il Tribunale condanna quindi la figlia al pagamento delle spese legali nonché al risarcimento della stessa, ex art. 96 comma 3 c.p.c., per la somma di € 3.000,00.

 

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“Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure hereditatis per la morte della compagna convivente” (Cassazione, ordinanza n. 18568 anno 2018).

 Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure ..[..]

  • Data: 12 Dicembre

“Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure hereditatis per la morte della compagna convivente” (Cassazione, ordinanza n. 18568 anno 2018).

Si tratta di un ricorso promosso dal convivente e dai familiari dello stesso che lamentavano come la Corte di Appello avesse solo ricompreso, ai fini del risarcimento, i familiari di sangue senza considerare che la vittima in questione era stabilmente inserita, ormai da molti anni, nel nucleo familiare di essi ricorrenti e trattata come un vero e proprio stretto congiunto.
Nel caso il sinistro era avvenuto nel territorio di Grosseto e sia il Tribunalcompetente territorialmente che la Corte di Appello di Firenze avevano negato il diritto al risarcimento danno dei conviventi.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e le motivazioni in esso allegate, ricordando come già nel diritto penale si sia equiparato ai prossimi congiunti quei soggetti che, pur non legati da un rapporto di parentela con la persona offesa dal reato, siano alla stessa legati da «relazione affettiva» e da «stabile convivenza».
Si tratta pertanto di analizzare tale aspetto nel diritto civile ove è stato accertato che perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei al ristretto nucleo familiare  è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico. Ed inoltre , sempre nel diritto civile, è stato stabilito che si integra un danno risarcibile il pregiudizio recato al rapporto di convivenza, da intendere quale stabile legame tra due persone caratterizato da duratura comunanza di vita e di affetti.
Tali assunti erano stati disattesi dalla Corte di Appello di Firenze nel cui procedimento erano stati escussi testimoni che avevano confermato come  la vittima fosse stabilmente inserita nel nuovo nucleo familiare tanto che veniva trattata come un familiare di sangue.
Si allega passo della decisione secondo cui «perché  possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell'art. 2 Cost.. (Sez. 3, Sentenza n. 4253 del 16/03/2012, Rv. 621634 - 01)”.
Quindi la Corte di Cassazione compie una netta distinzione tra forme di convivenza riconoscendo il diritto ad essere risarciti a quei familiari che, in modo stabile e duraturo, hanno una relazione anche nel tempo con la vittima.
Peraltro, sempre la Corte di Cassazione, amplia il risarcimento del danno del convivente ricomprendendo non solo il danno iure proprio ma bensì anche quello iure hereditatis relativo al danno subito dalla vittima nel periodo tra l'evento e la morte.


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