Diritto di Famiglia

L'obbligo di concorrere al mantenimento del figlio dedito agli studi universitari cessa qualora quest'ultimo, presso una sede diversa dal luogo di residenza, non abbia ottenuto alcun titolo di studio o una possibile occupazione remunerativa” (Tribun

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  • Data: 17 Dicembre

“L'obbligo di concorrere al mantenimento del figlio dedito agli studi universitari cessa  qualora quest'ultimo, presso una sede diversa dal luogo di residenza, non abbia ottenuto alcun titolo di studio o una possibile occupazione remunerativa” (Tribunale di Pisa rg. 942 anno 2018).

 

Il caso trattato dallo Studio Legale Cavalletti (nella persona dei legali avv. Carlo Cavalletti e Martina Marianetti) prende spunto da una richiesta di revoca dell'assegno di mantenimento proposta dal padre della figlia che si era visto arrivare una comunicazione da parte dell'Agenzia delle Entrate per modifiche alla dichiarazione dei redditi in quanto la resistente non era più a suo carico.

Nel ricorso la scrivente difesa altresì documentava come la figlia avesse conseguito una laurea triennale ed esercitasse un lavoro adeguato oltre a convivere, di fatto, con un pilota di aerei e che infine sui social indicava vari lavori svolti per società terze.

Si costituiva la figlia contestando le ragioni del padre in quanto, a suo dire, era in procinto di terminare gli studi per la laurea specialistica.

Il Tribunale, riunito in camera di consiglio, rilevava come la figlia aveva un'età pari a trentaquattro anni e che aveva conseguito una laurea triennale all'eta di ventisei anni e che quindi trova conferma, nel caso concreto, la decisione della Suprema Corte di Cassazione secondo cui “l'obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio maggiorenne cessa ove lo stesso sia ancora dedito agli studi universitari presso una sede diversa dal luogo di residenza familiare, senza aver ingiustificatamente conseguito alcun correlato titolo di studio o una occupazione remunerativa” (cfr. Cassazione Civile n. 27377/2013).

Nel caso concreto, motiva il Tribunale, si è mostrato un ritardo considerevole nel conseguire la laurea biennale ed a nulla varrebbe dimostrare che tra il conseguimento della laurea triennale e l'iscrizione a quella biennale sia trascorso del tempo in quanto le considerazioni che precedono valgono ancor più laddove il percorso di studio venga non solo rallentato ma addirittura interrotto.

Il Tribunale condanna quindi la figlia al pagamento delle spese legali nonché al risarcimento della stessa, ex art. 96 comma 3 c.p.c., per la somma di € 3.000,00.

 

Commento avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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La condotta del marito, intento alla ricerca di relazioni extraconiugali tramite internet, integra una violazione dell’obbligo di fedeltà [..]

La condotta del marito, intento alla ricerca di relazioni extraconiugali tramite internet[..]

  • Data: 30

 

“La condotta del marito, intento alla ricerca di relazioni extraconiugali tramite internet, integra una violazione dell’obbligo di fedeltà in quanto costituisce una circostanza oggettivamente idonea a compromettere la fiducia tra i coniugi e a provocare l’insorgere della crisi matrimoniale all’origine della separazione” (Cassazione, sez. I civ., con l'ordinanza 16 aprile 2018, n. 9384).

Il caso concerne una moglie che, sentendosi tradita dal marito, aveva abbandonato il tetto coniugale avendo sorpreso lo stesso a navigare sul web in cerca di relazioni con altre donne.

Il marito presenta ricorso in Cassazione alla decisione della Corte di Appello di Bologna chiedendo di eliminare il mantenimento di € 600,00 (si specifica come il ricorrente disponesse si una pensione di circa € 3.000,00) a favore della giovane moglie anch'essa benestante.

La suprema Corte di Cassazione, con la decisione n. 9384, rigetta il ricorso confermando la sentenza della Corte di Appello che già aveva equiparato la navigazione di siti di incontri a infedeltà coniugale.

Ed ancora il marito contestava il fatto che i magistrati bolognesi avevano «ritenuto giustificato l’allontanamento della moglie dalla casa coniugale senza preavviso esclusivamente per la scoperta di un suo interesse alla ricerca di compagnie femminili sul web».

Il marito eccepiva come non era sufficiente a provare che l’allontanamento fosse dipeso esclusivamente dalla frequentazioni di siti, in assenza di pregresse tensioni tra i coniugi e come il matrimonio aveva avuto una breve durata nemmeno un anno, e che la stessa moglie aveva ammesso di svolgere lavori in nero, oltre a possedere automobili di grossa cilindrata, «quote di immobili», un intero palazzo e «altre potenzialità economiche a lei favorevoli».

Il suo ricorso è stato dichiarato "inammissibile».

La Corte di Cassazione stabilisce come la frequentazione di siti di incontri costituisce una «circostanza oggettivamente idonea a compromettere la fiducia tra i coniugi e a provocare l’insorgere della crisi matrimoniale all’origine della separazione».

Nel caso si pone quindi la discussione tra tradimento reale e virtuale e anche la distinzione tra tentativo e realizzazione del fatto ma gli Ermellini ribadiscono, con tale decisione, come non importa il verificarsi del sicuro tradimento ma la frequentazione di siti discutibili integri di per sé la violazione dei doveri coniugali.

commento avv. Carlo Cavalletti

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L'adozione di un figlio determina la modifica delle condizioni economiche e quindi una riduzione dell'assegno previsto nelle condizioni di divorzio (Decreto Corte di Appello Firenze, sezione I, proc. 481/2012)

Il caso riguarda un professionista con una ottima capacità patrimoniale – assistito dall'avv. Carlo Cavalletti che intendeva richiedere la riduzione dell'assegno mensile.
In forza della sentenza di divorzio – avvenuta nell'anno 2004 – il medico si trovava a corrispondere alla figlia ormai ventinovenne la somma di € 600,00 mensili.
Il ricorrente presentava ricorso per la modifica delle condizioni economiche presso il Tribunale di Pisa che tuttavia rigettava la domanda onde per cui veniva proposto reclamo avverso tale decisione presso la Corte di Appello di Firenze.
La difesa del professionista rilevava come la sua qualifica di primario aveva determinato una diminuzione della sua capacità patrimoniale e come la figlia aveva ormai compiuto l'età di ventinove anni e abilitata alla professione legale.
Ma motivo principale del ricorso era nella avvenuta adozione di un altro figlio da parte del cliente dello Studio Cavalletti comportando ciò una inevitabile diminuzione reddituale e non potendo peraltro valutare alcuna discriminazione tra figlio adottivo e naturale.
Alla luce di ciò la Corte di Appello di Firenze accoglie le ragioni sostenute dall'avv. Carlo Cavalletti – rilevando espressamente come la abilitazione alla professione forense da parte della figlia e la sua età oltre all'avvenuta adozione- comporta una diminuzione del contributo del padre.

 

L'adozione di un figlio determina la modifica delle condizioni economiche e quindi una riduzione dell'assegno previsto nelle condizioni di divorzio

 

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Danno da Nascita Indesiderata. Risarcibilità

Danno da nascita indesiderata. Risarcibilità-Sentenza Cassazione N. 25767/2015 del 22.12.2015

  • Data: 11

Con questa sentenza le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione pongono fine al conflitto giurisprudenziale in ordine alla possibilità di richiedere il danno iure proprio- nell’ipotesi di nascita indesiderata- a favore del figlio nato con problemi di salute.

 

Il caso sorge a seguito della nascita presso un Ospedale Toscano di una bimba nata con problemi di salute ma che antecedentemente la madre- durante il periodo di gravidanza- aveva effettuato analisi di indagine prenatale proprio al fine di evitare la presenza della patologia.

Il Primario dell’Ospedale aveva omesso- a seguito dei predetti accertamenti- di svolgere ulteriori indagini più approfondite necessarie a seguito dei valori tanto che venivano citati in causa sia l’Azienda Ospedaliera che lo stesso medico.

Il Tribunale di Firenze rigettava la domanda relativa alla richiesta di risarcimento ed anche il successivo appello- proposto dinanzi alla Corte di Firenze- rigettava il gravame sostenendo che:

  • il risarcimento non conseguiva immediatamente all’inadempimento dell’obbligo di esatta informazione a carico del sanitario ma alla prova delle condizioni previste per ricorrere alla interruzione della gravidanza;

  • la pratica di interruzione della gravidanza doveva essere effettuata per evitare patologie alla madre;

  • i genitori circa il precedente punto nulla avevano provato;

  • si doveva negare la legittimazione attiva della figlia minore sulla base della prospettazione di un diritto a non nascere non previsto nel nostro ordinamento.

I genitori ricorrevano in Cassazione e la Terza Sezione- ravvisando un conflitto di decisioni- rimetteva al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite la quale così decideva:

  • la madre è onerata della prova controfattuale della volontà di abortire ma questa può essere assolta anche con presunzioni semplici;

  • il nato con disabilità non è legittimato ad agire per il “danno da vita ingiusta” poiché l’ordinamento ignora il “diritto a non nascere se non sano”.

In conclusione la presente sentenza da un lato rende molto più semplice dimostrare il danno iure proprio della madre la quale potrà avvalersi di semplici presunzioni di legge anche in ordine alla volontà di abortire e dall’altro rende inammissibile la richiesta del danno del nato il quale era già affetto dalla patologia per la quale aveva effettuato esami diagnostici.

Non bisogna però- come sottolineato dalla stessa Corte in sede di motivazione- ritenere che tale impostazione escluda il danno del piccolo nato qualora lo stesso sia stato cagionato dal medico durante la gestazione e direttamente dipendente dall’azione di quest’ultimo.

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