Diritto Penale

Mancata precedenza e condanna per omicidio colposo. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 11702 del 29.03.2021).

Mancata precedenza e condanna per omicidio colposo. [..]

  • Data:07 Aprile

 

La vicenda riguardava un soggetto ritenuto responsabile ai sensi dell'art 589 comma 2 del codice penale sia in primo grado che in sede di appello in quanto, violando gli artt. 145 e 146 del c.ds., cagionava la morte di un centauro.

Il responsabile, nello specifico, si immetteva in strada omettendo di dare la precedenza al motoveicolo della persona offesa la quale, a seguito del sinistro, riportava lesioni gravissime e successivamente decedeva.

L'imputato proponeva ricorso dinanzi alla Suprema Corte basandolo su tre motivi rinunciando precedentemente alla prescrizione del reato.

Parte ricorrente lamentava violazione in relazione all'art. 192 c.p.p. sostenendo che la sentenza si basava su dati congetturali, in particolare si ometteva di verificare se le circostanze, poste alla base dell'inferenza probatoria, fossero caratterizzate dal requisito indispensabile della certezza.

Rilevava, altresì, la mancata assunzione di una prova decisiva ricordando di aver richiesto il rinnovo dell'istruttoria.

Gli Ermellini ritenevano i motivi inammissibili e rigettavano il ricorso.

La Suprema Corte affermava che, per giurisprudenza della stessa Corte, la mancata assunzione dei mezzi di prova non ammessi non comporta la nullità del procedimento in assenza di riserve sulla chiusura dell'istruttoria dibattimentale da parte di chi ha richiesto tali mezzi istruttori.

A parere dei Giudici la ricostruzione operata in sede di appello appare il risultato di un ragionamento logico e chiaro che pone a confronto le diverse ricostruzioni formulate da pubblico ministero ed imputato.

La condotta colposa dell'imputato, consistente nel non aver concesso la precedenza, costituisce condizione dell'evento, pertanto, lo stesso era da ritenersi soggetto responsabile del reato.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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Lesione della reputazione professionale e diffamazione. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 7995 del 01.03.2021).

Lesione della reputazione professionale e diffamazione. [..]

  • Data:15 Marzo

 

La vicenda riguardava un uomo il quale veniva accusato di diffamazione e subiva un procedimento penale per aver inviato all'ufficio sinistri di due assicurazioni una mail diffamatoria.

Nello specifico, una impiegata, interna dell'assicurazione, veniva accusata di aver gestito male la pratica. L'uomo accusava la persona offesa di essere falsa ed incapace.

Il giudice di primo grado confermava quanto statuito dal giudice di pace e condannava l'imputato per il reato di diffamazione alla pena della multa di € 700,00.

L'imputato ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove articolava il ricorso rilevando, tra le altre doglianze, la mancanza l'elemento oggettivo del reato, in quanto a suo pare le espressioni usate non erano offensive, e l'insussistenza dell'elemento soggettivo del reato ascritto, in quanto le mail erano state inviate solo alla persona offesa.

Gli Ermellini, però, dichiaravano inammissibili i motivi sollevati.

A parere della Suprema Corte, le espressioni utilizzate dall'imputato integravano una condotta diffamatoria e che oltrepassava il limite della libertà di manifestazione del pensiero.

In merito all'elemento oggettivo la decisione rileva che sia la Corte di Appello che il primo giudice avevano accertato l'assenza di prova circa condotte di scarsa professionalità da imputare alla persona offesa. Inoltre, la terminologia usata evocava mancanze non solo in ambito lavorativo ma coinvolgeva la dimensione umana ledendo il diritto all'onore del soggetto diffamato.

In riferimento all'elemento soggettivo, invece, la Corte evidenzia che il reato di diffamazione richiede il dolo generico anche nella forma eventuale.

In base a quanto sopra, pertanto, non occorrendo l'animus diffamandi, è sufficiente l'utilizzo di parole e frasi socialmente considerate offensive.

 

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Anche il corteggiamento può integrare il reato di molestie se insistente. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 7993 del 01.03.2021).

Anche il corteggiamento può integrare il reato di[..]

  • Data:09 Marzo

 

La sentenza in esame chiarisce il limite oltre il quale il corteggiamento può integrare la fattispecie del reato di molestie.

La vicenda riguardava un soggetto, imputato per il reato di molestie, il quale veniva condannato in primo grado a tre mesi di arresto. La condanna veniva sospesa ma condizionata al pagamento della somma di € 4.000,00 a titolo di risarcimento nei confronti della persona offesa.

In particolare, secondo i Giudici, l'imputato risultava responsabile del “corteggiamento petulante, sgradito e molesto” perpetrato ai danni della persona offesa, nel luogo di lavoro e in alcuni bar della città.

L'uomo ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove evidenziava, tra le altre cose, l'assenza di tutti gli elementi del reato contestato, la mancanza di motivazione in riferimento all'elemento psicologico richiesto dalla fattispecie, nonché l'entità della pena e la mancata concessione delle attenuanti generiche.

Gli Ermellini dichiaravano, però, il ricorso inammissibile.

A parere della Corte, infatti, le doglianze sollevate dal ricorrente apparivano generiche ed infondate.

La decisione appariva in linea con la giurisprudenza secondo la quale: "ai fini della configurabilità del reato di molestie previsto dall'art. 660 cod. pen., per petulanza si intende un atteggiamento di arrogante invadenza e di intromissione continua ed inopportuna della altrui sfera di libertà."
Al fine di integrare il reato di molestie basta una significativa ed effettiva intrusione nella sfera privata altrui tale da poterla assurgere a molestia o disturbo.
Nel caso di specie, risultava presente lo stato di ansia nella vittima, dimostrato dalla vittima stessa e dalle testimonianze rese nel corso del giudizio ed il disappunto della persona offesa per la forma di corteggiamento posta in essere dall'imputato, la cui condotta tra l'altro si è protratta per più di un anno.

 

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Errore medico e giudizio controfattuale. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 4063 del 03.02.2021)

Errore medico e giudizio controfattuale. [..]

  • Data:16 Febbraio

 

 

La Suprema Corte ritorna sul tema della responsabilità medica e in particolare sul giudizio controfattuale.Il caso riguardava un medico radiologo il quale, a seguito di una tac, non avendo rilevato la presenza di lesioni per le quali fossero necessari ulteriori accertamenti, dimetteva una paziente.

Successivamente, la paziente decedeva ed il medico veniva sottoposto a processo penale per omicidio colposo.

L'accusa sosteneva la colpa medica basata sulla negligenza del medico in quanto aveva errato nella lettura della tac. L'imputato sosteneva che l'esame diagnostico non era di facile interpretazione in quanto sfocato, inoltre, il caso richiedeva la presenza di un radiologo esperto e specializzato.

Il medico rilevava, altresì, di non aver posto in essere una condotta con profili di imprudenza o imperizia.

Anche i periti nominati dal Tribunale avevano espresso pareri discordanti ed affermato che il referto poteva indurre in errore se il personale atto alla lettura non fosse specializzato.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale affermava che “il giudice non deve solo esplorare la condotta colposa ascrivibile al sanitario ma deve anche accertare «quello che sarebbe stato il comportamento alternativo corretto che ci si doveva attendere dal professionista”.

La Corte ritorna cioè sul giudizio controfattuale e, nel caso di specie, annullava con rinvio la pronuncia della Corte di Appello perchè “ha trascurato di considerare il nesso di causa e ha mancato di indicare il grado della colpa” che consisteva nella «difficoltà di lettura della Tac».

Ai fini di una condanna, ricorda la Corte, occorre valutare il grado di colpa in quanto la colpa lieve non è più sufficiente a fondare la responsabilità penale.

Nello specifico occorre compiere il giudizio controfattuale in riferimento alla specifica attività richiesta al personale medico.

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