Diritto Penale

Ammissione in via privilegiata anche per i contributi non versati dal datore di lavoro (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 18333 del 3 settembre 2020).

Ammissione in via privilegiata anche per i contributi non versati ..[..]

  • Data:22 Settembre

 

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte analizza il tema dell'accertamento e della liquidazione del credito per differenze retributive spettante al lavoratore in sede fallimentare.

La vicenda traeva origine da un giudizio instaurato da un ex dipendente di una società a responsabilità limitata  avverso la decisione con la quale era stato statuito sull'istanza di ammissione al passivo in via privilegiata relativamente al fallimento della società presso la quale era alle dipendenze.

Il Tribunale, nello specifico, aveva ammesso al passivo solo l'importo relativo alle retribuzioni escludendo la quota dei contributi previdenziali a carico del lavoratore.

La decisione del Tribunale trovava fondamento sul rischio di una doppia insinuazione  al passivo da parte del lavoratore e da parte dell'Inps.

In sede di appello venivano accolte le doglianze del lavoratore.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale concordava con l'ex dipendente.

In particolare gli Ermellini chiarivano che il rischio della doppia insinuazione non sussisteva ab origine.

Infatti nel caso in cui: “il datore non abbia provveduto al tempestivo versamento della quota trattenuta sulla retribuzione del dipendente, viene meno l’obbligo contributivo pro quota del lavoratore e, quindi, il credito di questi assume interamente natura retributiva”.

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L'indennità di disoccupazione è dovuta anche se il licenziamento viene dichiarato illegittimo (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 17793 del 26 agosto 2020).

L'indennità di disoccupazione è dovuta anche se ..[..]

  • Data:22 Settembre

 

Il caso riguardava un lavoratore in pensione, al quale, l'istituto previdenziale aveva trattenuto dall'assegno della pensione gli importi da questo percepiti a titolo di indennità di disoccupazione tra il 2005 ed il 2009.

L'istituto asseriva che tale indennità non era dovuta in quanto, in quel periodo, vi era in corso un giudizio conclusosi con una sentenza di nullità del licenziamento e riconversione del rapporto di lavoro.

Nello specifico l'istituto contestava al lavoratore la circostanza di non aver fatto valere tale giudizio, (il quale prevedeva il recupero delle retribuzioni non percepite) avendo accettato una transazione per danno non patrimoniale di importo inferiore.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale concordava con quanto statuito dalla Corte territoriale in merito al fatto che il lavoratore aveva, comunque, diritto all'indennità di disoccupazione.

Gli Ermellini, pertanto, rigettavano il ricorso proposto dall'Inps.

In particolare, richiamando anche i principi in materia, affermavano che l'evento coperto dall'indennità di disoccupazione è l'involontaria disoccupazione per mancanza di lavoro.

La Corte, rilevava, altresì, che : "l'impugnazione giudiziale della legittimità del recesso datoriale costituisce un diritto, ma non un obbligo del lavoratore, e che l'intervenuta disoccupazione involontaria deve valutarsi alla stregua e al momento dell'atto risolutivo”.

Il lavoratore, infatti, accettando la transazione ha soltanto esercitato un suo diritto il quale non esclude il diritto alla percezione della Naspi.

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Ha diritto all'indennizzo il lavoratore vittima di un sinistro nel percorso casa-lavoro (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 18659 dell'8 settembre 2020).

Ha diritto all'indennizzo il lavoratore vittima ..[..]

  • Data:22 Settembre

 

Una donna, in seguito ad un sinistro occorso al coniuge nel tragitto casa-lavoro,  agiva in giudizio al fine di ottenere le prestazioni Inail, in qualità di vedova ed erede insieme alle figlie.

Il sinistro avveniva nel tragitto casa-lavoro al termine di un permesso che il soggetto, poi, deceduto aveva richiesto per motivi personali.

La domanda della donna veniva accolta in primo grado ma rigettata in sede di appello.

La stessa, pertanto, adiva la Suprema Corte, dove lamentava l'esclusione del nesso di causa tra infortunio ed attività lavorativa in quanto il marito aveva usufruito di un permesso per motivi personali.

Rilevava, altresì, l'omesso esame di un fatto decisivo ovvero la circostanza che il sinistro avveniva nel percorso che il marito compiva da casa a lavoro.

Gli Ermellini accoglievano il ricorso riconoscendo il diritto della donna ad ottenere l'indennizzo per la morte del marito a causa di un sinistro avvenuto nel tragitto casa-lavoro.

La Corte afferma, infatti, che la norma ha ampliato la tutela assicurativa a tutti gli infortuni che collegano al casa del lavoratore al luogo di lavoro.

In base a quanto sopra, per la Suprema Corte, non è condivisibile l'interpretazione della Corte di Appello secondo la quale la fruizione dei permessi personali interromperebbe il nesso di causa con l'attività lavorativa.

Infatti il permesso sospende l'attività lavorativa nell'interesse del lavoratore così come le pause e i riposi e durante tale periodo non si può escludere la tutela del lavoratore.

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E' estorsione usare violenza o minacciare i parenti del debitore (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 24617 dell'1 settembre 2020).

E' estorsione usare violenza o minacciare i parenti ..[..]

  • Data:21 Settembre

 

Nella vicenda in esame la Corte di Appello riformava la sentenza del Tribunale e riqualificava i fatti contestati all'imputato ai sensi dell'art. 393 c.p.,

La condotta veniva inquadrata nell'esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone e veniva dichiarato il non doversi procedere in quanto mancava la querela.

Il Procuratore Generale presso la Corte di Appello ricorreva, dinanzi alla Suprema Corte, ritenendo errata la qualificazione della condotta in questione.

A parere del ricorrente, infatti, la condotta contestata all'imputato era da inquadrare nella fattispecie prevista e punita dall'art. 629 c.p. in quanto integrante l'estorsione.

Gli Ermellini ritenevano il ricorso fondato e ribadivano che: “integra sempre gli estremi dell'estorsione, la condotta consistente in minacce o violenza all'indirizzo di prossimi congiunti del debitore, senz'altro estranei al rapporto obbligatorio inter partes asseritamente azionato dall'agente, la cui pretesa di rivalersi in danno di terzi non sarebbe giudizialmente coltivabile."

La Corte stabiliva, pertanto, l'annullamento della sentenza, in relazione alla sospensione condizionale della pena, e rinviava il giudizio ad altra sezione della Corte decidente al fine di seguire il principio di diritto in base al quale: "integra il reato di estorsione, e non quello di esercizio arbitrario con violenza o minaccia alle persone, la condotta di chi reclami la soddisfazione di un presunto diritto ponendo in essere condotte violente o minacciose in danno (anche) di soggetti terzi, estranei al rapporto obbligatorio dal quale scaturisce, nella prospettiva dell'agente, il diritto vantato".

Nel caso di specie la pretesa azionata dall'imputato riguardava l'entità di compensi professionali rispetto ai quali la moglie ed il figlio erano soggetti estrani al rapporto obbligatorio.

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