Diritto Penale

Il reato di maltrattamenti in famiglia applicabile negli ambienti di lavoro ristretti. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 23104 dell'11.06.2021).

Il reato di maltrattamenti in famiglia [..]

  • Data:03 Luglio

 

Il caso analizza l'applicabilità della fattispecie di cui all'art. 572 c.p.  nell'ambiente di lavoro.

Nello specifico, all'imputato veniva contestato, oltre al reato di violenza sessuale, anche quello di maltrattamenti in famiglia per aver commesso nei confronti di due dipendenti atti di maltrattamento con abitualità e nell'esercizio dell'attività lavorativa.

In sede di appello la sentenza veniva modificata in quanto la Corte riteneva di non doversi procedere perché nei confronti di una delle persone offese il reato risultava estinto.

Per il resto, la sentenza veniva confermata con riduzione della pena.

L'imputato ricorreva dinanzi alla Suprema Corte contestando il vizio di motivazione della sentenza.

Parte ricorrente rilevava che, nel caso di specie, risultava assente il vincolo della para familiarità per integrare il reato. Evidenziava, altresì, che il reato di maltrattamenti è disciplinato nella parte del codice penale dedicato ai delitti contro la famiglia.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso specificando che, diverse volte, la giurisprudenza di legittimità si è espressa sulla configurabilità del reato fuori dall'ambito familiare.

Detto questo, ricorda come il mobbing ai danni di un dipendente può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia se il rapporto tra dipendente e datore di lavoro è di natura para familiare.

Il bene tutelato dalla norma, infatti, non è la famiglia ma la personalità del singolo individuo.

La fattispecie si realizza tra soggetti legati da rapporti permanenti stretti di tipo familiare o para familiare in quanto il rapporto implica una comunanza di vita o un rapporto di lavoro intenso.

Nel caso di specie, la Corte identificava l'ambiente lavorativo come consorzio familiare ciò in considerazione dello stretto rapporto tra datore e dipendenti.

In particolare, il datore di lavoro, con abitualità, minacciava, vessava e umiliava i dipendenti tanto che una di loro aveva rassegnato volontariamente le dimissioni.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti 

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Responsabile di violazione della corrispondenza ed accesso abusivo a sistema informatico l'ex marito che spia la moglie. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 23035 del 10.06.2021).

Niente assoluzione per il padre che impedisce [..]

  • Data:01 Luglio

 

Il caso vede coinvolto, in un procedimento penale, un ex marito ritenuto responsabile di violazione della corrispondenza ed accesso abusivo al sistema informatico ai danni della moglie.

La Corte di Appello riqualificava il reato ascritto all'imputato ai sensi dell'art. 81 comma 2 e degli artt. 615 ter e 616 c.p. ovvero concorso formale di accesso abusivo a un sistema informatico o telematico e violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza.

La pena veniva rideterminata in tre mesi di reclusione.

L'uomo, con condotte abusive, si introduceva nella casella di posta elettronica dell'ex moglie al fine di apprendere informazioni sul traffico telefonico della stessa.

L'imputato ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove contestava, tra le altre cose, mancato rilievo dell'intervenuta prescrizione del reato, assenza di motivazione in ordine alla presa di cognizione dell'imputato in ordine al contenuto della corrispondenza chiusa nonché l'errata sussistenza del concorso formale  di cui all'art. 615 ter e 616 c.p.

Veniva, inoltre, fatto presente che, stante l'assenza di chiavi di accesso al sistema, la persona offesa non aveva messo in sicurezza il sistema nei confronti dell'imputato.

Per ultimo, si rilevava la non particolare tenuità del fatto e la non applicazione delle attenuanti generiche.

La Suprema Corte annullava senza rinvio per gli effetti penali in considerazione della prescrizione dei reati.

La Corte specificava che, nel caso di accesso a casella di posta protetta da password, è configurabile il delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico in concorso con quello di violazione della corrispondenza in riferimento all'acquisizione del contenuto delle mail presenti in archivio.

E', altresì, configurabile il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza in capo a colui che prende cognizione del contenuto della predetta corrispondenza.

Per la Corte il fatto che l'intestatario della sim fosse il marito e conoscesse le chiavi di accesso non assumeva rilevanza, in considerazione del fatto che la tutela della riservatezza non è collegata alla proprietà. Inammissibile, anche, la contestazione sull'importo da liquidare alla persona offesa a titolo di risarcimento per danno non patrimoniale.

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Niente assoluzione per il padre che impedisce all'ex moglie infedele di vedere le figlie. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 22086 del 04.06.2021).

Niente assoluzione per il padre che impedisce [..]

  • Data:28 Giugno

 

Un padre veniva imputato del reato di sottrazione di persone incapaci in quanto con la sua condotta impediva gli incontri tra madre e figlie.

In sede di appello l'uomo veniva assolto ed il Procuratore Generale ricorreva dinanzi alla Suprema Corte.

Nel ricorso veniva contestata la motivazione della Corte di Appello nella parte in cui ritiene non provata la condotta oggetto di contestazione. Il padre, infatti, adduceva che le figlie non mostravano interesse nel vedere l'altro genitore.

Sul punto si evidenziava come, in realtà, la condotta ostile delle figlie verso la madre fosse conseguenza della condotta ostruzionistica del padre volta ad impedirne gli incontri.

Alla Corte di Appello veniva, altresì, contestato di aver giudicato inattendibili le dichiarazioni della persona offesa nonché la violazione dell'art.574 c.p.

La Corte escludeva l'integrazione del reato perché i fatti venivano ricondotti alla conflittualità tra coniugi.

Gli Ermellini ritenendo il ricorso fondato lo accoglievano.

A parere della Suprema Corte il ragionamento seguito nella decisione di secondo grado non appariva chiaro.

In particolare gli Ermellini rilevavano che, dalla motivazione di primo grado, emergeva che l'imputato nonché la sua famiglia, dopo la scoperta della relazione extraconiugale della donna, avevano impedito i rapporti fra questa e le figlie. La donna, in seguito, si era, anche, allontanata reperendosi un altro alloggio.

I Supremi Giudici ritenevano, inoltre, errata la motivazione della Corte di Appello, fornita in merito all'assoluzione dell'imputato, posto che veniva valorizzato il rapporto conflittuale fra i coniugi sorto anche a causa del comportamento infedele della donna.

Necessario, pertanto, il rinvio ad altra sezione di appello per decidere nuovamente sui fatti.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti 

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Responsabile di omicidio stradale l'automobilista in caso di comportamento imprudente altrui (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 20912 del 27.05.2021).

Responsabilità di omicidio stradale [..]

  • Data:08 Giugno

 

Nella pronuncia in commento la Suprema Corte affronta, nuovamente, un caso di sinistro stradale che ha condotto alla morte del pedone.

La sentenza analizza la responsabilità dell'autista anche nel caso di pedone che attraversi fuori dalle strisce.

Nel caso di specie, l'automobilista veniva ritenuto responsabile ai sensi dell'art 589 comma 2 del codice penale in quanto con negligenza, imprudenza ed imperizia ed in violazione dell'art 140 c.p., a bordo del proprio veicolo ed effettuando una svolta a sinistra, investiva un pedone che stava attraversando al di fuori delle strisce.

Il pedone, a seguito dell'urto, riportava delle lesioni che gli cagionavano la morte.

L'automobilista ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove articolava la doglianza su tre motivi.

Parte ricorrente, a mezzo del difensore, lamentava violazione della legge processuale in relazione agli artt. 495 e 603 c.p.p., vizio di motivazione in riferimento alla richiesta di rigetto di rinnovazione del dibattimento nonchè, ex art 606 c.p.p. comma 1 lett. b), erronea applicazione della legge penale in ordine all'art 43 c.p. per quanto riguarda la nozione di colpa e concorso di colpa e vizio di motivazione  sotto il profilo dell'omessa verifica delle evidenze processuali.

Gli Ermellini, ritenendo i motivi non fondati, rigettavano il ricorso.

A parere della Suprema Corte la motivazione della Corte, seppur stringata, risultava idonea a chiarire che la condotta colposa, addebitabile a parte ricorrente, è stata la conseguenza del suo comportamento inadeguato alla guida in prossimità di una fermata degli autobus.

La posizione richiedeva, pertanto, una attenta guida al fine di evitare ogni possibile sinistro. Ciò in considerazione anche del fatto che risultava prevedibile un attraversamento sconsiderato da parte dei pedoni.

Il ragionamento appariva in linea con le risultanze della consulenza recependo anche, senza citarlo, il principio di affidamento.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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