Diritto Penale

Chi non rispetta l’espulsione rischia solo la multa ma non l’arresto (Cassazione Penale Sezione I n. 22120/2016)

La Corte di Cassazione ribadisce il principio secondo cui lo stato di  clandestinità non è reato per cui lo straniero rischia una sola sanzione amministrativa ma non l’arresto e/o espulsione dal territorio nazionale.
Analizziamo il caso concreto.
Con sentenza in data 11 aprile 2011 il Tribunale di Perugia, sezione distaccata di Foligno, ha condannato un cittadino del Marocco, alla pena di un anno di reclusione per il reato previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 14, comma 5-ter. Al prevenuto era stato contestato di essersi trattenuto, senza giustificato motivo, nel territorio dello Stato, dove era stato sorpreso il in violazione dell’ordine di lasciare il territorio nazionale entro il termine di cinque giorni impartitogli dal Questore dell’Aquila con provvedimento del 29 maggio 2009, sulla base del decreto di espulsione del Prefetto dell’Aquila in pari data, provvedimenti tutti ritualmente notificati all’interessato. Avverso la predetta sentenza, ha interposto ricorso immediato a questa Corte di cassazione il Procuratore generale presso la Corte di appello di Perugia, deducendo con unico articolato motivo l’omessa applicazione della legge penale e di altre norme giuridiche di cui si deve tener conto nell’applicazione della legge penale, alla luce del contrasto tra normativa comunitaria, di cui alla direttiva 2008/115/CE, e normativa interna in materia di immigrazione irregolare vigente all’epoca del fatto e della decisione; ha chiesto, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato. Ed infatti la fattispecie di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 14, comma 5-ter, che puniva con la sanzione detentiva la condotta di ingiustificata inosservanza dell’ordine di allontanamento del questore, posta in essere prima della scadenza dei termini per il recepimento della direttiva 2008/115/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008, deve considerarsi non più applicabile nell’ordinamento interno, a seguito della pronuncia della Corte di giustizia U.E. 28/04/2011 (nell’ambito del processo El Dridi, C-61/11 PPU), che ha affermato l’incompatibilità della norma incriminatrice interna con la predetta disciplina comunitaria, determinando effetti sostanzialmente assimilabili alla abolitio criminis, con la conseguente necessità di dichiarare, nei giudizi di cognizione, che il fatto non è più previsto dalla legge come reato, e fare ricorso in sede di esecuzione -per via di interpretazione estensiva- alla previsione dell’art. 673 cod. proc. pen. (c.f.r. Sez. 1, 28/04/2011, n. 22105 e 29/04/2011, n. 20130). Il sopravvenuto D.L. 23 giugno 2011, n. 89, convertito con modificazioni dalla L. 2 agosto 2011, n. 129 - recante disposizioni urgenti per il completamento dell’attuazione della direttiva suindicata sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva sul rimpatrio di cittadini di paesi terzi irregolari- ha novato la fattispecie, sostanzialmente confermando l’intervenuta abolitio criminis. La nuova formulazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 14, comma 5-ter, introdotta con l’intervento normativo suindicato, non realizza infatti una continuità normativa con la precedente disposizione, non soltanto per lo iato temporale intercorrente con l’effetto della direttiva, ma anche per la diversità strutturale dei presupposti e la differente tipologia della condotta necessaria ad integrare l’illecito, sanzionato con la sola pena pecuniaria. Sul punto basta ricordare che, oggi, alla intimazione di allontanamento si può pervenire solo all’esito infruttuoso dei meccanismi agevolatori della partenza volontaria ed allo spirare del periodo di trattenimento presso un centro a ciò deputato (Centro di identificazione ed espulsione, abbreviato in CIE). Il d.l. citato ha istituito dunque una nuova incriminazione, applicabile solo ai fatti verificatisi dopo l’entrata in vigore della novella, quale non è il fatto oggetto del presente giudizio. L’intervenuta abolitio criminis impone, in conclusione, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato. In conclusione la Corte di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

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Commette reato la moglie che sostituisce la chiave di casa per non far entrare il marito - (Corte di Cassazione 25626/2016 )

Commette reato la moglie che sostituisce la chiave[..]

  • Data: 28

Con sentenza n. 25626/2016 la Corte di Cassazione stabilisce che commette reato di violenza privata il coniuge che cambia la serratura di casa prima della separazione impedendo all'altro coniuge di accedervi.

Il caso concerne quello di una donna che -  prima dell'avvenuta separazione  e senza alcun preavviso – aveva provveduto a cambiare le chiavi; il marito aveva richiesto le chiavi e provato ad accedere all'abitazione coniugale ma senza esito.

Mentre la Corte di Appello aveva concesso alla donna le attenuanti generiche e il beneficio della non menzione in relazione alla condanna la Corte di Cassazione ritiene applicabile l'art. 610 c.p.

In particolare la Suprema Corte rileva che l'elemento della violenza - previsto dalla normativa – può essere integrato da qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l'offeso della libertà di determinazione e azione potendo quindi essere inquadrato anche in una violenza impropria.

Pur tuttavia la Corte di Cassazione ritiene di poter applicare la richiesta ex art. 131 bis c.p. stante la incensuratezza della donna e la occasionalità della condotta.

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Possibile applicare la particolare tenuità del fatto nel caso di rifiuto dell'alcoltest (Cassazione Penale, Sez. Unite, 6 aprile 2016 n. 13682)

Possibile applicare la particolare tenuità del fatto nel caso di rifiuto dell'alcoltest

  • Data: 21

Con la presente sentenza le Sezioni Unite Penali della Cassazione riconoscono che la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto- di cui all'art. 131 bis c.p.- può operare anche con riferimento al reato di rifiuto di sottoporsi all'accertamento alcoolmetrico di cui all'art. 186, comma 7, codice stradale.
Il caso riguarda un soggetto che si era appunto rifiutato di sottoporsi al test e ed al quale era stato contestato il reato di cui all'art. 186, comma 7, codice della strada e condannato sia in primo grado che in appello.
Al ricorso in Cassazione la IV Sezione decideva di investire della questione le Sezioni Unite avendo rilevato la presenza di un contrasto di giudicato intendendo aderire all'orientamento secondo cui l'illecito in questione si risolve in una condotta di dissenso che è sempre uguale a se stessa.
Le Sezioni Unite decide in forza della valorizzazione del profilo della offensività di una condotta che si presenta conforme e sussumibile alla fattispecie astratta delineata dalla norma incriminatrice.
Il profilo dell'offensività è costruito intorno ai profili della modalità della condotta, dell'esiguità del danno e del pericolo o grado di colpevolezza valutata ai sensi dell'art. 133 c.p; a conferma di ciò la Cassazione rileva quale indice di gravità anche le modalità concrete.
Di fatto anche nei reati di pericolo presunto occorre valutare la pericolosità della condotta tipica e quindi occorre avere margine per apprezzare in concreto quale sia il pregiudizio relativamente al bene tutelato.
Ne consegue quindi che anche in relazione al rifiuto di effettuare il test alcoolmetrico di cui all'art. 186, comma 7, cod. stradale può operare la causa di non punibilità di cui all'art. 131 bis c.p.c

 

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