Diritto Penale

Offendere su facebook costituisce diffamazione aggravata (Cassazione Penale V sezione n. 8328 anno 2016).

Offendere su Facebook costituisce. [..]

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Con sentenza n. 8328 del 1 marzo 2016 la Corte di Cassazione sez. V penale affronta la questione della rilevanza penale dei contenuti di carattere diffamatorio su Internet ed in particolare sui social.
Il caso concreto concerne quello di un commissario straordinario della Croce Rossa Italiana la cui reputazione veniva offesa sul social Facebook con vari messaggi.
La Suprema Corte conferma- come già avvenuto precedentemente- come nel caso trattato si realizzi il reato di diffamazione aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice ( Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012), in quanto si verifica  la comunicazione con più persone, essendo il messaggio diffamatorio, per sua natura, destinato ad essere normalmente letto in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti.
Sul punto si ricorda come  la divulgazione di un messaggio offensivo anche nelle apposite bacheche realizzate sul social forum  integra un'ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell'art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall'utilizzo per questo di una bacheca facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015 Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015).
Nel caso trattato l’imputato sebbene informato dell'esistenza dei predetti messaggi a contenuto illecito, immessi sul sito web intestato a suo nome, nell'ambito dell'inchiesta disciplinare avviata nei suoi confronti, non ha mai denunciato o segnalato abusi da parte di eventuali ignoti, responsabili di aver usato, senza il suo consenso, le sue generalità come semplice nickname, allo scopo di celare la propria, vera identità, ed inoltre nella memoria a sua firma, depositata sempre nell'ambito del procedimento disciplinare, questi non ha mai negato la paternità di quelle frasi, né il fatto che queste fossero state da lui immesse in rete, sull'account intestato a suo nome.
La decisione quindi appare interessante in quanto identifica la rete e i social un luogo dove si possono verificare reati contro la persona e la propria reputazione.
Si specifica come nel caso concreto il Giudice di Pace  si era dichiarato incompetente, avanzando l'ipotesi di aggravante giornalistica di diffamazione, solitamente riservata alle offerte riportate sui giornali.     
In questo caso il parallelismo tra social network e testate giornalistiche sarebbe dovuto alla "potenzialità, idoneità e capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa". Insomma, l'infinita rete di amicizie su Facebook rappresenterebbe un bacino di "lettori" così ampio da poter essere equiparato – almeno dal punto di vista della Cassazione – a quello di un giornale vero e proprio. A questo si aggiunge il fatto che, sempre secondo la Cassazione, "i reati di ingiurie e diffamazione possono essere commessi via internet" e che, di fatto, la norma che indica l'aggravante giornalistica cita anche "qualsiasi altro mezzo di pubblicità".
Stante il divieto di analogia in materia penale, non sembra possibile assimilare le comunicazioni via internet a quelle telefoniche, mentre appare opportuno avvalersi di un'interpretazione estensiva di quanto previsto dall’art. 595 c.p., riferibile anche ai contenuti diffusi via internet.

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