Diritto Penale

Commento Cass. Pen. Sez. IV, 2017 n. 50038: attività medica d’equipe e principio di affidamento.

Commento Cass. Pen. Sez. IV, 2017 n. 50038: attività medica d’equipe e principio di affidamento..[..]

  • Data: 13

Il fatto.

La sentenza in commento riguarda il caso di un paziente deceduto a seguito di reazione emolitica acuta post-trasfusionale, causata dalla trasfusione di due sacche di emazie concentrate, non emocompatibili con il suo gruppo sanguigno. Per tale fatto sono stati ritenuti responsabili, in appello, per i reati di cui agli artt. 41, 110, 113 e 589 c.p.:

  • il tecnico addetto al Servizio di Trasfusione, che aveva consegnato all’infermiere del Reparto di Ortopedia le sacche di emazie destinate, invece, ad altro paziente con gruppo sanguigno incompatibile con quello della vittima, e sul quale incombeva il dovere di controllare l’esatta corrispondenza dei codici identificativi delle sacche consegnate con quelli indicati sulla matrice della richiesta;
  • il medico in servizio presso il Reparto di Ortopedia, che non aveva controllato che il gruppo sanguigno del ricevente (la vittima) corrispondesse a quello della sacca consegnata, delegando tale attività, particolarmente rischiosa in sé, all’infermiere, senza effettuare alcuna verifica in tal senso nel corso della prima fase di infusione del sangue;
  • il secondo medico in servizio presso il Reparto di Ortopedia, che non aveva individuato i sintomi manifestati dalle condizioni cliniche del paziente, ordinando, invece, la somministrazione di un’ulteriore sacca di emazie dello stesso gruppo sanguigno della prima (e pertanto incompatibile con quella del paziente);
  • il medico anestesista rianimatore, che, consultato, non aveva approfondito le cause della crisi ipotensiva del paziente, per la quale era stato richiesto il suo intervento, limitandosi piuttosto a recepire le informazioni trasmessegli da altro medico.

La Cassazione ha riconosciuto e confermato le responsabilità degli imputati, anche se per il secondo medico in servizio presso il Reparto di Ortopedia e per quello anestesista è stato disposto l’annullamento della sentenza di condanna per essersi il reato prescritto.

I motivi della decisione.

La sentenza qui in commento riveste profili di interesse con riferimento al principio di affidamento. Nel caso di specie, infatti, la Corte ha escluso che i soggetti agenti potessero invocare come causa di esclusione di una propria responsabilità a titolo colposo proprio il c.d. principio di affidamento. Quest’ultimo opera nell’ambito di attività complesse dove più sono i soggetti agenti coinvolti, come l’attività medica di équipe. Ciascun soggetto che prenda parte a tale tipo di attività deve poter confidare che anche gli altri soggetti agenti si atterranno ai precetti cautelari, che la posizione rivestita e il tipo di attività esercitata impongono loro di osservare. Ora, il principio di affidamento può considerarsi legittimo fintanto che il soggetto agente osservi quelle regole precauzionali parametrate, nel caso concreto, sull’homo eiusdem professionis ac condicionis (il c.d. “agente modello”)[1]. Ed è questa circostanza che non si è verificata nel caso in analisi. Secondo la Cassazione, infatti, “non può invocare il principio di affidamento l’agente che non abbia osservato una regola precauzionale su cui si innesti l’altrui condotta colposa, poiché la sua responsabilità persiste in base al principio di equivalenza delle cause, salva l’affermazione dell’efficacia esclusiva della causa sopravvenuta, che presenti il carattere di eccezionalità ed imprevedibilità”.

Nel caso di specie l’area di rischio in cui si muovono le condotte dei soggetti agenti è infatti la medesima, essendo correlata tanto alla consegna delle sacche contenenti sangue incompatibile con quello del paziente, quanto all’ordine di procedere alla trasfusione, quanto all’omessa diagnosi differenziale. Dal punto di vista eziologico, il processo causale determinato dalla consegna di una sacca di sangue di un gruppo diverso rispetto a quello del paziente è giunto al suo drammatico epilogo (l’evento morte, già in origine prevedibile), senza che siano intervenuti fattori eziologici nuovi ed eccezionali, idealmente separabili da quello originario (la trasmissione della sacca di sangue incompatibile con quella del paziente), sufficienti da soli a determinare l’evento ex art. 41, comma 2, par. 1 c.p.

Interessante, poi, sottolineare come la Corte abbia rilevato la manifesta infondatezza del ricorso presentato dal tecnico addetto al Servizio di Trasfusione, che aveva dedotto il ruolo meramente esecutivo da lui avuto nell’intera vicenda, spettando piuttosto all’infermiere, che aveva ricevuto in consegna le sacche di emazie, controllarne la corrispondenza con i dati del paziente, essendo la trasfusione un atto medico, regolamentato da procedure operative specifiche che medico ed infermiere sono tenuti a seguire sulla base delle linee giuda individuate dal D.M. 3 marzo 2005 e dalla Raccomandazione sulla prevenzione della reazione trasfusionale da incompatibilità AB0 del Ministero della Salute. Si affermava, perciò, che la condotta dei sanitari fosse causa sopravvenuta idonea ad interrompere il nesso di causalità tra l’evento morte e l’attività di consegna delle emazie. La Corte ha ritenuto, invece, che, in applicazione dell’art. 41, comma 3 c.p., il fatto illecito altrui non fosse da solo sufficiente ad escludere l’imputazione dell’evento al primo soggetto agente, a meno che, in relazione all’intero concreto decorso causale dalla condotta iniziale all’evento, non [avesse] soppiantato il rischio originario.

 

[1]Cfr. G. De Francesco, Diritto penale. I fondamenti, Torino, 2008, 427. Secondo l’Autore l’agente modello o l’homo eiusdem professionis ac condicionis «implica il riferimento ad un livello di conoscenze ed esperienze da considerarsi proprio di un “gruppo” di soggetti nel quale sia possibile includere anche l’autore del comportamento da valutare».


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Commento Cass. Pen. Sez. V, 2017 n. 54311. Furto di prodotti dal supermercato: quando si può dire che è consumato?

Commento Cass. Pen. Sez. V, 2017 n. 54311. Furto di prodotti dal supermercato: quando si può dire che è consumato?.[..]

  • Data: 13

Con la sentenza n. 54311 del 2017 la V Sez. della Cassazione conferma l’orientamento affermato dalle Sezioni Unite con la sent. n. 52117 del 2014, cd. Prevete, in materia di furto in supermercato: il reato è solo tentato se il bene, oggetto dell’impossessamento, rimane nella sfera di vigilanza e di controllo della persona offesa (ovvero degli addetti alla sicurezza o delle forze dell’ordine presenti in loco), non acquisendo il soggetto agente alcuna autonoma signoria su tale bene.

Il fatto riguardava il furto di tre bottiglie di champagne esposte su uno scaffale, di cui l’imputato si era impossessato, occultandole in una borsa e non pagandone il corrispettivo. L’addetto alla vigilanza aveva controllato e monitorato l’intera condotta furtiva (così da poterla interrompere in ogni momento) ed era intervenuto solo dopo che l’imputato aveva superato la barriera delle casse e dei dispositivi antitaccheggio, senza pagare la merce.

Sia il Tribunale di Roma che la Corte d’Appello di Roma, disattendendo la pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite, avevano qualificato l’intera condotta in termini di reato consumato e non tentato, sul presupposto che la consumazione si fosse realizzata nel momento in cui l’agente aveva superato le casse, senza pagare la merce, in quanto in quel momento si sarebbe compiuta la condotta dell’impossessamento, acquisendo il soggetto agente piena autonomia e disponibilità della res oggetto di furto.

La Sez. V della Cassazione, con la sentenza n. 54311 dell’1.12.2017, ha ribaltato le pronunce di primo e secondo grado, riconoscendo la forma del tentativo nella condotta attribuita all’imputato. I giudici di Piazza Cavour hanno infatti confermato il principio di diritto affermato nella Cass. SS. UU. n. 52117 del 2014, secondo cui “il monitoraggio dell’azione furtiva in essere, esercitato mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce ovvero attraverso la diretta osservazione da parte della persona offesa o dei dipendenti addetti alla sorveglianza, ovvero delle forze dell’ordine presenti nel locale ed il conseguente intervento difensivo in continenti, impediscono la consumazione del delitto di furto che resta allo stadio del tentativo, non avendo l’agente conseguito, neppure momentaneamente, l’autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza del soggetto passivo”.

L’argomento sostenuto dalla Corte d’Appello di Roma, secondo cui, prima del passaggio alle casse, l’addetto alla sicurezza, pur avendo osservato e monitorato l’intera condotta del cliente, non sarebbe potuto intervenire, in quanto non poteva avere la piena e certa consapevolezza dell’impossessamento da parte del soggetto agente, non appare condivisibile. Non vi è, infatti, come sottolineato dagli Ermellini, alcun ostacolo giuridico che impedisca al personale addetto alla sorveglianza di intervenire di fronte a comportamenti non corretti della clientela (nel caso di specie l’occultamento della merce nella borsa e la rimozione dei dispositivi antitaccheggio), anche laddove non si ravvisi in essi i due elementi dell’idoneità e della direzione non equivoca verso la commissione di un reato.

Sulla questione relativa al momento consumativo del furto di prodotti dal supermercato, si sono fronteggiati due distinti orientamenti giurisprudenziali. Secondo il primo, affermato da pronunce più risalenti nel tempo (Sez. II n. 938 del 1966; Sez. II n. 2088 del 1973), ma anche recenti (Sez. II, n. 48206 del 2011; Sez. V, n. 41327 del 2013; Sez. IV, n. 7062 del 2014), la condotta dell’impossessamento della refurtiva si perfezionerebbe per effetto del prelievo della merce, senza il successivo pagamento, dovuto all’atto del passaggio davanti alla cassa, non rilevando che il fatto sia avvenuto sotto il costante controllo del personale del supermercato addetto alla sorveglianza. E questo sul presupposto che condizione «necessaria e sufficiente perché […] il reato possa dirsi consumato è che la persona offesa sia stata privata della detenzione e, per ciò stesso, sia stata posta nella condizione di doversi attivare, se vuole recuperarla, nei confronti del soggetto che l’ha acquisita» e che l’agente, posto che abbia «oltrepassato la barriera delle casse senza pagare la merce», conseguirebbe «da quel momento la detenzione esclusiva e illecita» della refurtiva, «mentre, in precedenza, salvo il caso dell’occultamento, detta detenzione non [potrebbe] dirsi, né esclusiva, né illecita» (cfr. Cass. Sez. V, n. 25555 del 2012).

L’altro orientamento (Cass, Sez. V, n. 398 del 1992; Cass. Sez. V, n. 3642 del 1999; Cass. Sez. V, n. 21937 del 2010; Cass. Sez. V, n. 7042 del 2010) ritiene, invece, che la continua osservazione dell’azione delittuosa da parte della persona offesa, ovvero del personale dipendente del supermercato addetto alla sicurezza, con la conseguente possibilità d’intervento, in qualsiasi momento, per interrompere l’iter criminoso, impedirebbe il perfezionarsi della fattispecie tipizzata – l’impossessamento, mediante sottrazione, della cosa altrui – in quanto il soggetto agente non avrebbe ancora conseguito piena ed autonoma disponibilità della res, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e controllo del soggetto passivo, il quale continuerebbe, pertanto, ad esercitare la propria signoria sulla cosa.

Le Sezioni Unite, chiamate a risolvere il contrasto, con la sent. n. 52117 del 2014, hanno abbracciato la tesi della qualificazione della condotta in termini di tentativo. L’impossessamento della res da parte del soggetto agente – momento consumativo del reato – presuppone, infatti, il conseguimento della signoria sul bene sottratto, intesa come «piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva». Ciò, però, non si verifica laddove l’azione si svolga sotto l’osservazione e la vigilanza della persona offesa, che, intervenendo in continenti a difesa della detenzione del bene materialmente appreso, dimostra che quest’ultimo ancora non è uscito dalla sua sfera di controllo e signoria. Il delitto, pertanto, si ferma alla forma tentata e non consumata.

E a questo principio si ricollega anche la sentenza in commento.

Interessante, da ultimo, notare che in tale pronuncia si fa una delle prime applicazioni del novellato art. 620 c.p.p. ad opera della l. 23 giugno 2017, n. 103. La Corte, infatti, ai sensi del neo art. 620, comma 1 lett. l), non ritenendo necessari ulteriori accertamenti di fatto e ritenendo di poter rideterminare la pena sulla base delle statuizioni del giudice di merito, annulla senza rinvio. E così, riqualificato il fatto come reato di furto tentato, si limita a riformulare il trattamento sanzionatorio (riducendo di due terzi la pena irrogata dal Tribunale di Roma e confermata dalla Corte d’appello di Roma).

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Per accertare le differenze retributive del trasportatore non bastano i soli cronotachigrafi ma [..]

Per ottenere la cittadinanza occorre che lo straniero abbia risieduto in Italia senza interruzion [..]

  • Data: 31

“Per accertare le differenze retributive del trasportatore non bastano i soli cronotachigrafi ma occorrono anche altre prove esperite nel giudizio di accertamento” (Corte di Cassazione sentenza n. 6053 del 25 marzo 2016).

Il caso concerne una vertenza esperita da vari lavoratori per rivendicare differenze retributive relative ad ore di straordinari effettuati a favore di una ditta di autotrasporti.


Con la sentenza in commento la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha stabilito un interessante principio in tema di accertamento del lavoro prestato da un autotrasportatore, precisando che l'accertamento del lavoro straordinario prestato da un autotrasportatore, e della sua effettiva entità, non può fondarsi unicamente sui dischi cronotachigrafi, prodotti in originale od in copia fotostatica, ove da controparte ne sia disconosciuta la conformità ai fatti in essi registrati e rappresentati, in quanto da soli inidonei ad una piena prova, per la preclusione stabilita dall'art. 2712 cod. civ., occorrendo a tal fine che la presunzione semplice, costituita dalla contestata registrazione o rappresentazione anzidetta, sia supportata da ulteriori elementi, pur se anch'essi di carattere indiziario o presuntivo.
Il Tribunale di primo grado e successivamente la Corte di Appello avevano accolto le ragioni del lavoratore ritenendo provato il fatto costitutivo addotto proprio in forza dell'allegazione dei cronotachigrafi
La società datrice di lavoro proponeva ricorso per cassazione rilevando la erroneità e la carenza di motivazione della sentenza impugnata in ordine alla inutilizzabilità dei dischi cronotachigrafici essendo gli stessi stati disconosciuti.
La difesa del ricorrente riteneva infatti che le ore lavorate non possono essere desunte, solo ed esclusivamente, dai dischi e che quindi il lavoratore avrebbe dovuto dimostrare le proprie ragioni con altri strumenti probatori.

Con la sentenza oggi commentata la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla datrice sui seguenti presupposti: seppur è vero che  che l'accertamento del lavoro straordinario prestato da un autotrasportatore,  non può fondarsi unicamente sui dischi cronotachigrafici ove da controparte ne sia disconosciuta la conformità ai fatti in essi registrati e rappresentati se la domanda non è sorretta da altri elementi probatori.
Pur tuttavia il ricorso viene rigettato poiché, a dire della Suprema Corte, la sentenza di condanna aveva trovato fondamento anche in forza delle prove testimoniali escusse nel giudizio di primo grado e che avevano confermato lo svolgimento delle ore suppletive.
Infine la CTU svolta nel giudizio di primo grado ha accertato le ore effettive di guida giornaliera ed ha quantificato, in base a quanto pagato e sulla base del contratto collettivo, le differenze dovute per il lavoro in più svolto e non considerato dal datore di lavoro.
Si tratta quindi di un principio molto importante quello espresso nella decisione della Suprema Corte di Cassazione che comporta, nell'affrontare cause per i trasportatori, l'utilizzo dei dischi ma anche di altre prove come ad esempio i colleghi, i ddt e ogni altro documento utile.

 


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La presenza di muffa nelle abitazioni giustifica la richiesta di riduzione del prezzo (Tribunale di Pisa sentenza n. 873 anno 2016)

La presenza di muffa nelle abitazioni giustifica [..]

  • Data:02

L'odierno attore aveva acquistato un'abitazione di nuova costruzione corrispondendo il prezzo di € 150.380,00 oltre iva e migliorie per € 6.688,31.
A partire dall'anno 2008 si verificavano vizi nell'immobile ed in particolare infiltrazioni di acqua, muffa nell'interno ed esterno tanto che instaurava- tramite la difesa dell'avv. Carlo Cavalletti- ricorso per accertamento tecnico preventivo all'esito del quale veniva stabilito un danno per € 12.000,00.
L'avv. Carlo Cavalletti- nell'interesse del proprio cliente- citava dinanzi al Tribunale di Pisa la società venditrice richiedendo – oltre ai danni stabiliti dal CTU- il danno da svalutazione dell'immobile.
La sentenza emessa dal G.I. - dopo aver sentito i teste e verificato la CTU- accoglieva le ragioni dell'acquirente riferendo espressamente che “la difesa aveva provato come i vizi si erano verificati dopo la consegna dell'immobile  e che quindi appare congruo quantificare la riduzione del prezzo nella percentuale del 15% del prezzo di acquisto e quindi in € 23.560,00.
Il G.I. procedeva altresì a condannare parte venditrice a tutte le spese legali comprese quelle relative all'accertamento preventivo.
La sentenza commentata appare interessante nella parte in cui riconosce all'attore il risarcimento del danno - peraltro stimato in un alto coefficiente – all'acquirente di un'abitazione a titolo di svalutazione del bene immobile.

 

La presenza di muffa nelle abitazioni giustifica la richiesta di riduzione del prezzo

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Tempo di vestizione degli infermieri riconosciuto come orario di lavoro.

Numerose sentenze in tutto il territorio nazionale riconoscono il diritto del personale infermieristico a vedersi riconosciuto- come orario di lavoro- il tempo impiegato per indossare la divisa necessaria a lavorare in ospedale.

Ed infatti ai sensi del decreto legisltaivo n. 66/2003 e la direttiva comunitaria n. 104/1993 – recepita dall’art. 1 del riportato decreto- deve essere ricompreso nell’orario di lavoro “qualsiasi lavoro in cui il lavoratore sia a lavoro e a disposizione del datore di lavoro e nell’esercziio delle sue attività e le sue funzioni”.

La stessa Corte di Cassazione appare univoca: le citate norme imperative impongono che i tempi di vestizione e di svestizione dei lavoratori devono considerarsi “lavoro” e vanno quindi come tale retribuiti, a condizione che lo svolgimento di tali operazioni venga eterodiretta dal datore di lavoro.
Più specificamente, secondo la Corte “ai fini di valutare se il tempo occorrente per indossare la divisa aziendale debba essere retribuito o meno, occorre far riferimento alla disciplina contrattuale specifica: in particolare, ove sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa stessa (anche presso la propria abitazione, prima di recarsi al lavoro) la relativa attività fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell'attività lavorativa, e come tale non deve essere retribuita, mentre se tale operazione è diretta dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza il tempo ad essa necessario deve essere retribuito” (Cass. Civ. sez. lav. 08 settembre 2006 n. 19273; Cass. civ., sez. lav., 31 gennaio 2011 n. 2135; Cassazione civile sez. lav. 10 settembre 2010 n. 19358; Cassazione civile sez. lav. 02 luglio 2009 n. 15492).

E così il Tribunale di Pescara e il Tribunale di Pisa – solo per citarne alcuni- hanno condannato le relative ASL al pagamento delle somme a titolo di retribuzione straordinaria a favore del personale inferimeristico per i cinque anni trascorsi con un pagamento di decine di migliaia di euro.

Altresì medesimo diritto sarà di spettanza di altro personale quale ad esempio quello dei fisioterapisti, OTA, OSS, audiomestristi e tecnici di radiologia.


Avv. Carlo Cavalletti

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