Diritto Penale

Studio Legale Cavalletti

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“Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure hereditatis per la morte della compagna convivente” (Cassazione, ordinanza n. 18568 anno 2018).

 Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure ..[..]

  • Data: 12 Dicembre

“Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure hereditatis per la morte della compagna convivente” (Cassazione, ordinanza n. 18568 anno 2018).

Si tratta di un ricorso promosso dal convivente e dai familiari dello stesso che lamentavano come la Corte di Appello avesse solo ricompreso, ai fini del risarcimento, i familiari di sangue senza considerare che la vittima in questione era stabilmente inserita, ormai da molti anni, nel nucleo familiare di essi ricorrenti e trattata come un vero e proprio stretto congiunto.
Nel caso il sinistro era avvenuto nel territorio di Grosseto e sia il Tribunalcompetente territorialmente che la Corte di Appello di Firenze avevano negato il diritto al risarcimento danno dei conviventi.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e le motivazioni in esso allegate, ricordando come già nel diritto penale si sia equiparato ai prossimi congiunti quei soggetti che, pur non legati da un rapporto di parentela con la persona offesa dal reato, siano alla stessa legati da «relazione affettiva» e da «stabile convivenza».
Si tratta pertanto di analizzare tale aspetto nel diritto civile ove è stato accertato che perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei al ristretto nucleo familiare  è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico. Ed inoltre , sempre nel diritto civile, è stato stabilito che si integra un danno risarcibile il pregiudizio recato al rapporto di convivenza, da intendere quale stabile legame tra due persone caratterizato da duratura comunanza di vita e di affetti.
Tali assunti erano stati disattesi dalla Corte di Appello di Firenze nel cui procedimento erano stati escussi testimoni che avevano confermato come  la vittima fosse stabilmente inserita nel nuovo nucleo familiare tanto che veniva trattata come un familiare di sangue.
Si allega passo della decisione secondo cui «perché  possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell'art. 2 Cost.. (Sez. 3, Sentenza n. 4253 del 16/03/2012, Rv. 621634 - 01)”.
Quindi la Corte di Cassazione compie una netta distinzione tra forme di convivenza riconoscendo il diritto ad essere risarciti a quei familiari che, in modo stabile e duraturo, hanno una relazione anche nel tempo con la vittima.
Peraltro, sempre la Corte di Cassazione, amplia il risarcimento del danno del convivente ricomprendendo non solo il danno iure proprio ma bensì anche quello iure hereditatis relativo al danno subito dalla vittima nel periodo tra l'evento e la morte.


Commento Avv. Carlo Cavalletti
iscritto all'albo Cassazionisti


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Il lavoratore pubblico può chiedere l'annullamento delle dimissioni qua-lora siano state rimesse in un momento di perturbamento psicofisico” (Corte di Cassazione sez. Lavoro n. 30126/2018)

 Il lavoratore pubblico può chiedere l'annullamento delle dimissioni qua-lora ..[..]

  • Data: 12 Dicembre

“Il lavoratore pubblico può chiedere l'annullamento delle dimissioni qua-lora siano state rimesse in un momento di perturbamento psicofisico” (Corte di Cassazione sez. Lavoro n. 30126/2018)

La vicenda riguarda un geometra che intendeva ottenere la revoca delle proprie dimissioni poiché erano rese in un momento di totale inconsapevo-lezza. Pertanto la richiesta era volta a procurarsi la declaratoria di invalidità o inefficacia delle dimissioni predette.
Sia la sentenza di primo grado e di appello rigettavano le richieste del lavo-ratore confermando la validità delle dimissioni ma il dipendente non si ar-rendeva  e decideva di ricorrere alla Corte di Cassazione.
Secondo gli Ermellini, entrando nel merito della vicenda, occorre che si ma-nifesti un turbamento psichico affinché si impedisca la formazione di una volontà cosciente e quindi bisogna tenere conto, tra l’altro, che l’incapacità naturale è uno stato psichico abnorme, anche se transitorio.
La prova dell’incapacità naturale può essere data anche con presunzioni ma qualora il lavoratore presenti una malattia psichica, per la legge scatta la c.d. presunzione iuris tantum.
E così, in conclusione, secondo la Suprema Corte  il giudice deve accertare la volontà del lavoratore di lasciare il posto di lavoro senza alcun condizio-namento: ciò presuppone che l’annullamento delle dimissioni (il lavoratore aveva chiesto la riammissione in servizio ma il proprio datore di lavoro pub-blico non aveva aderito) non postula l’integrale perdita della capacità intel-lettiva, ma appare compatibile con un turbamento psichico transitorio tale da alterare la formazione di una volontà cosciente.


Commento Avv. Carlo Cavalletti
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“Nell'ambito dell'art. 2051 c.c. l'onere della prova del nesso causale tra custodia e danno incombe all'attore, mentre la prova del caso fortuito è a carico del convenuto. Nel caso di morte del coniuge spetta alla moglie un danno morale/[..]

 Nell'ambito dell'art. 2051 c.c. l'onere della prova del nesso causale ..[..]

  • Data: 23 Ottobre

 Nell'ambito dell'art. 2051 c.c. l'onere della prova del nesso causale tra custodia e danno incombe all'attore, mentre la prova del caso fortuito è a carico del convenuto. Nel caso di morte del coniuge spetta alla moglie un danno morale/esistenziale medio nel caso in cui si accertata la grave situazione psicologica” (Corte di Appello di Firenze sentenza n. 1605/2018).

Il caso concerne la morte di un padre di famiglia che, durante il ritorno a casa, sbandava con la propria autovettura e decedeva a causa del violento impatto con le barriere non consone alla sicurezza stradale.
Gli eredi del de cuius, assistiti dall'avv. Carlo Cavalletti, intraprendevao azione civile nei confronti dell'ente gestore per responsabilità che si concludeva con sentenza di condanna per omessa custodia.
L'ente proponeva appello e la difesa degli eredi proponeva appello incidentale tempestivo con cui chiedeva la condanna integrale dell'ente gestore oltre ad una modifica degli importi liquidati stante il grave pregiudizio esistenziale subito dalla moglie del de cuius.
La sentenza della Corte di Appello di Firenze risulta interessante sia per l'esame dell'art. 2051 c.c. “danno da cosa in custodia” sia per il rapporto con la fattispecie del caso fortuito.
Sul punto la Corte afferma come nell'ambito dell'art. 2051 c.c. l'onere della prova del nesso causale tra custodia e danno incombe all'attore, mentre la prova del caso fortuito è a carico del convenuto e in mabito processualcivilistico vale il principio di verosomiglianza.
Nessuna sorpresa può destare quindi la decisione del Tribunale che aveva ritenuto di aderire alla riscotruzione dinamica del CTU ritenuta del tutto plausibile.
Ed inoltre la pericolodità della cosa, ex art. 2051 c.c., va valutata in sé, indipendentemente che vi siano o meno disposizioni di legge che impongano particolari accorgimenti da adottare.
Circa poi la liquidazione del danno alla moglie del de cuius la Corte di Appello valuta l'importanza della perizia psichiatrica ammessa nel giudizio secondo cui parte attrice aveva subito un danno del 17%.
La Corte conferma il proprio orientamento, già espressi nella sentenza n. 1930/2014, secondo cui poiché nella tabella milanese del danno da perdita di congiunto non è inserita la componente del danno biologico, la liquidazione separata da quest'ultimo secondo la tabella generale ad esso relativa va effettuata seguendo la tabella generale a punti del danno non patrimoniale.
Per evitare però duplicazioni risarcitorie della componente cd. morale va scomputata la componente nella seconda di tali tabelle.
Quanto infatti alle componenti morali ed esistenziali, l'affectio coniugalis che il Tribunale riteneva priva di provata intensa connotazione in realtà si è rivelata tanto intensa da portare la vedova a non riuscire ad accettare la perdita del marito sia a quello di madre di due figli da crescere.
Per tali motivi la Corte di Appello reputa lo sconvolgimento della vita della attrice a livello elevato.
Ne consegue quindi il rigetto del'appello dell'ente gestore e il risarcimento del danno differenziale a favore degli eredi rispetto a quanto già liquidato dal Tribunale.

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Avv. Carlo Cavalletti

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Le buste paga sottoscritte dal lavoratore “per ricevuta” sono prova della loro avvenuta consegna ma non del pagamento il cui onere spetta al datore di lavoro (Corte di Cassazione n. 21699 anno 2018 sezione Lavoro)

 Le buste paga sottoscritte dal lavoratore  “per ricevuta” sono prova della loro avvenuta consegna ..[..]

  • Data: 12 Settembre


Le buste paga sottoscritte dal lavoratore “per ricevuta” sono prova della loro avvenuta consegna ma non del pagamento il cui onere spetta al datore di lavoro (Corte di Cassazione n. 21699 anno 2018 sezione Lavoro)

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in relazione al valore effettivo della sottoscrizione effettuata dal lavoratore sulle buste paga rilasciate dal datore.

La questione trae spunto da una decisione presa dalla Corte d'Appello di Torino, sentenza pubblicata il 27 giugno 2013, con cui la stessa Autorità confermava la pronuncia di primo grado in cui era stato respinto l'appello del datore di lavoro.

Oggetto del procedimento giudiziario era la domanda proposta da unalavoratrice nei confronti della datrice di lavoro volta al riconoscimento del diritto al pagamento di differenze retributive per lavoro straordinario e per mancata fruizione parziale di ferie e permessi nonché al pagamento di euro 6.684,00 pari alla differenza tra gli importi recati dalle buste paga e le somme effettivamente corrisposte.

La Corte di Appello di Torino, esaminando il materiale probatorio acquisito, riteneva non provato lo straordinario richiesto e in ordine al pagamento inferiore a quello portato dalle buste paga riferiva che tale eccezione sarebbe "rimasta priva del benché minimo supporto probatorio", ritenendo "irrilevanti ... tanto il fatto che dette buste siano state consegnate alla lavoratrice solo nel marzo 2008 quanto il fatto che le stesse non siano sottoscritte per ricevuta, non trattandosi di adempimento prescritto.

La suprema Corte di Cassazione ha confermato l'indirizzo già in parte tracciato da precedenti sentenze, tra le quali la numero 7310/2001 e 13150/2016, secondo cui la firma "per ricevuta" apposta sulle buste paga costituisce prova solo della loro avvenuta consegna e della loro regolarità fiscale.

In conclusione non si può attribuire valore di quietanza alla sottoscrizione delle buste paga e il relativo onere probatorio incomberà sempre sul datore di lavoro.

 

 

Commento avv. Carlo Cavalletti

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