News

Nessuna modifica dell'assegno divorzile in assenza di fatti nuovi successivi alla sentenza di divorzio (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 18522 del 4 settembre 2020).

Nessuna modifica dell'assegno divorzile in assenza ..[..]

  • Data:19 Settembre

 

La questione sorgeva a seguito di un ricorso proposto da un ex marito e con il quale chiedeva la modifica dell'assegno divorzile da versare nei confronti dell'ex moglie.

L'uomo veniva, infatti, condannato a pagare la somma pari ad € 400,00 nei confronti dell'ex coniuge.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove l'obbligato proponeva ricorso.

Nello specifico, secondo il ricorrente, la Corte di Appello competente sulla vicenda, aveva errato in quanto non aveva tenuto in considerazione la possibilità dell'ex coniuge di ricercare un lavoro e la sua condizione, aggravata dalla presenza di altri figli con una altra donna.

La donna, infatti, risultava abile al lavoro.

L'uomo rilevava, altresì, che l'assegno di mantenimento, in casi in cui l'ex moglie sia in grado di lavorare, non va inteso come un beneficio vitalizio.

La Suprema Corte, però, riteneva il ricorso inammissibile e, pertanto, lo rigettava.

Gli Ermellini rilevavano che il ricorrente non aveva allegato fatti nuovi sopravvenuti alla sentenza di divorzio con la quale era stato disposto l'assegno di mantenimento.

L'ex moglie, invece, aveva dimostrato di essersi attivata, senza successo, al fine di ricercare una occupazione capace di renderla economicamente autosufficiente.

La Corte riteneva le argomentazioni del ricorrente generiche e ricordava che il diritto della beneficiaria non è recessivo rispetto a quello degli altri figli.

Per ciò che riguarda la posizione lavorativa della beneficiaria, la Corte evidenziava che:  “l'attitudine del coniuge al lavoro assume rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva sopravvenuta possibilità di svolgimento di un 'attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte e ipotetiche”.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti  iscritto Albo Cassazionisti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...

I figli dopo gli studi devono trovare un lavoro e diventare autonomi (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 17183 del 14 agosto 2020).

I figli dopo gli studi devono trovare un lavoro  ..[..]

  • Data:15 Settembre

 

Con la sentenza in esame la Suprema Corte analizza la questione relativa al mantenimento dei figli con particolare riferimento alla durata dell'obbligo.

Il caso sorgeva a seguito di un ricorso proposto da una madre. Quest'ultima contestava la decisione della Corte di Appello la quale aveva revocato sia l'assegno versato dall'ex marito in favore del figlio che l'assegnazione della casa coniugale.

Gli Ermellini confermavano la decisione, resa in sede di appello, sostenendo l'obbligo nonché il dovere del figlio di attivarsi, a seguito degli studi, al fine di trovare una occupazione e rendersi autonomo, in attesa di un impiego più corrispondente alle proprie aspirazioni.

Per i Supremi Giudici non è infatti ammissibile che siano i genitori a doversi adattare a qualsiasi lavoro pur di mantenere i figli.

Il diritto al mantenimento, a parere della Corte, ha un limite che va desunto dalla durata degli studi e dal tempo di cui necessita un giovane per trovare un lavoro. Il figlio, a sua volta, può pretendere di essere mantenuto qualora dimostri di non essere riuscito a trovare lavoro per causa a lui non imputabile e di non aver trovato altro impiego in modo da rendersi autonomo.

La Corte ha, individuato alcuni casi in cui sussiste il diritto al mantenimento del figlio maggiorenne ovvero, tra gli altri, ipotesi di minorazione o debolezza delle capacità personali, mancanza di lavoro nonostante i tentativi di ricerca, prosecuzione con diligenza degli studi ultraliceali.

In assenza della prova di quanto sopra, raggiunta la maggiore età, si presumono il venir meno del diritto al mantenimento del figlio nonché la sua idoneità di reddito.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti  iscritto Albo Cassazionisti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...

La banca non è mai esonerata dall'obbligo di informare, in modo preciso, il cliente. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 18153 del 31 agosto 2020).

La banca non è mai esonerata dall'obbligo di informare, ..[..]

  • Data:12 Settembre

 

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte ritorna sul tema dell'obbligo di una corretta informazione da parte della banca nei confronti del cliente.

Il caso prendeva le mosse da una azione promossa da una cliente nei confronti dell'istituto di credito con la quale chiedeva l'accertamento della nullità o efficacia o annullamento del contratto di negoziazione.

La domanda veniva respinta sia in primo grado che in sede di appello in quanto la cliente non aveva provato il nesso di causa con il danno.

A quel punto parte soccombente agiva dinanzi alla Suprema Corte la quale ritenendo fondato il ricorso cassava la sentenza e rinviava alla stessa Corte d'Appello in diversa composizione.

Gli Ermellini precisavano che la banca non è mai esonerata dall'obbligo di informare, correttamente, i clienti anche se questi possiedono una adeguata esperienza in campo di operazioni finanziarie.

Veniva ribadito, inoltre, che compete alla banca provare di aver informato in maniera corretta i clienti in merito ai rischi e alle conseguenze dell'operazione. Il cliente, infatti, non può basare le proprie scelte finanziarie sulla base di operazioni similari effettuate in passato.

La Corte evidenzia che sussiste una presunzione dell'esistenza del nesso di causalità in merito alla scelta non consapevole dell'investitore, i cui effetti pregiudizievoli non sono riconducibili alla sua volontà.

 

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti

              

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti  iscritto Albo Cassazionisti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...

Assenza del lavoratore per infortunio e diritto al risarcimento del datore di lavoro per mancato utilizzo della sua prestazione.

Assenza del lavoratore per infortunio e diritto al risarcimento  ..[..]

  • Data:01 Settembre

 

Nel caso in cui un lavoratore, a seguito di un infortunio, causato da un sinistro stradale, sia impossibilitato a svolgere la prestazione lavorativa, le conseguenze, dal punto di vista economico, ricadono sul datore di lavoro presso il quale il danneggiato svolgeva la propria prestazione lavorativa.

Questi, infatti, a causa dell'assenza del proprio dipendente, in quanto inabile, temporaneamente, al lavoro, subisce un danno economico con conseguenze che incidono sulla propria attività.

Il tema risulta interessante sopratutto in riferimento al pregiudizio subito dal datore di lavoro e alla possibilità per questo di agire ed ottenere il ristoro dei danni subiti.

La vittima del sinistro ha diritto al risarcimento del danno; il responsabile del sinistro e la compagnia assicurativa, infatti, provvederanno a liquidare, oltre al danno patrimoniale anche il danno biologico.

Il soggetto danneggiato, riconosciuto inabile al lavoro, ha diritto, durante tale periodo, a non recarsi al lavoro, a non essere licenziato e alla conservazione della retribuzione.

Se nessun dubbio sussiste in riferimento alla posizione del danneggiato, occorre valutare la posizione del datore di lavoro del soggetto leso, sul quale, indirettamente, ricadono altre conseguenze dell'evento dannoso.

Il datore di lavoro, infatti, non solo, non potendo usufruire della prestazione lavorativa, dovrà sostenere ulteriori costi per l'assunzione di un sostituto ma dovrà, altresì, sostenere i costi relativi al dipendente assente.

Nel corso degli anni la giurisprudenza è intervenuta sul tema e, le Sezioni Unite, con una pronuncia risalente nel tempo, hanno sancito il principio della risarcibilità del danno subito dal datore di lavoro impossibilitato ad usufruire della prestazione lavorativa in quanto il pregiudizio è ricollegabile al comportamento doloso o colposo del responsabile del sinistro. (Corte di Cassazione Sez. Unite n. 6132/1988).

Successivamente, anche, la giurisprudenza di merito e di legittimità, in applicazione del predetto principio, hanno riconosciuto al datore di lavoro un'azione diretta nei confronti dell'assicuratore per i danni causati dall'inutilizzo della prestazione lavorativa.

La Corte di Cassazione ha, infatti, chiarito che, nella nozione di danneggiato, a cui compete l'azione diretta contro l'assicuratore, “vanno incluse non soltanto le persone direttamente e fisicamente coinvolte nell'incidente, ma tutte quelle che abbiano subito un danno in rapporto di derivazione causale con l'incidente medesimo” (Cassazione sentenza n.15399 del 2002- Cassazione sentenza n. 11099/1991).

I suesposti principi risultano condivisibili, il datore di lavoro, infatti, quale “terzo danneggiato” appare legittimato, purchè provi il nesso di causalità tra la condotta del responsabile del sinistro e l'assenza del lavoratore nonché il danno ingiusto, derivato come conseguenza diretta ed immediata, ad agire al fine di ottenere il risarcimento dei danni causati dell'assenza del lavoratore dal posto di lavoro.

              

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti  iscritto Albo Cassazionisti

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Log in

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy & Informativa Privacy.

Cliccando su "OK" acconsenti all’uso dei cookie.