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La responsabilità per danni causati da cani randagi è dell'ente preposto alla prevenzione dei pericoli per l'incolumità pubblica. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 6392 depositata il 6 marzo 2020)

La responsabilità per danni causati da cani randagi...[..]

  • Data:17 Marzo

 

La responsabilità per danni causati da cani randagi è dell'ente preposto alla prevenzione dei pericoli per l'incolumità pubblica. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 6392 depositata il 6 marzo 2020). 

La vicenda sorgeva a seguito di un incidente in cui veniva coinvolto un ciclista il quale, aggredito da un cane, perdeva l'equilibrio e sbatteva la testa su dei cassonetti di metallo posti all'interno della carreggiata.

Il soggetto leso citava in giudizio il Comune e la compagnia assicurativa al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti.

In primo grado il Tribunale condannava il Comune al risarcimento e dichiarava il difetto di legittimazione passiva della compagnia.

Il Comune impugnava la decisione dinanzi alla Corte di Appello competente, la quale, in riforma della sentenza, affermava che nessuna responsabilità fosse da ascrivere al Comune.

La legge quadro n. 281 del 1991 e l'art 7 della legge regionale, in questione, prevedevano che, in tale materia, è compito dell' asl locale provvedere alla vigilanza preventiva del randagismo.

A parere dei giudici, al Comune, spetta solo il compito di garantire e realizzare strutture idonee al ricovero e custodia degli animali. Per la Corte, nessuna rilevanza assumeva la presenza dei cassonetti della spazzatura, posti all'interno della carreggiata, perchè non incidenti sul nesso causale del sinistro. Inoltre, secondo la Corte, non vi era prova che il cane fosse randagio.

Il ciclista ricorreva dinanzi alla Suprema Corte la quale rigettava il ricorso e le doglianze da questo sollevate.

Gli Ermellini affermavano che la responsabilità civile per i danni causati da cani randagi spetta all'ente o enti, a cui le leggi regionali attribuiscono il dovere di prevenire il pericolo per l'incolumità della popolazione, ciò in attuazione della legge quadro nazionale n. 281 del 1991.

Nel caso in esame la legge attribuiva tale dovere al servizio veterinario presso le unità sanitarie locali, adesso aziende locali.

In merito all'applicazione dell'art 2051 c.c. la Suprema Corte ribadisce che ha, correttamente, disposto la Corte di Appello, la quale, accertando l'inesistenza del nesso tra i cassonetti e l'incidente, ha reso irrilevante l'indagine sulla condotta del Comune in tal senso.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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Liquidazione del sinistro ed indennità di accompagnamento (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 526 del 15.01.2020).

Liquidazione del sinistro ed indennità...[..]

  • Data: 03 Febbraio

 

Il caso in esame riguardava un soggetto il quale, a seguito di un sinistro, riportava gravissime macrolesioni.

La compagnia assicurativa e la società, proprietaria del veicolo, venivano, condannate al risarcimento dei danni patrimoniali e non.

La Corte di Appello competente, rivalutando la vicenda, ordinava la restituzione di parte delle somme in quanto erogate in eccesso.

Nello specifico veniva sottratto l'importo delle provvidenze pubbliche.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale rigettava il ricorso del soggetto leso e confermava la condanna, in solido, dell'assicurazione e del proprietario del veicolo, decurtando le somme percepite in eccesso.

Gli Ermellini ribadiscono i principi già affermati nella sentenza n.7774/2016, avente ad oggetto la stessa vicenda e, nella pronuncia in esame, chiariscono che la liquidazione del danno patrimoniale presuppone l'accertamento sulle spese al fine di verificarne l'effettivo esborso.

La Corte ha precisato, altresì, che, nella liquidazione del danno patrimoniale, il Giudice deve detrarre, dall'importo percepito a titolo di risarcimento, sia i benefici spettanti a titolo di indennità di accompagnamento sia i benefici erogati in virtù della legge regionale in materia di assistenza domiciliare.


Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti


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Responsabilità della struttura in caso di ritardo nella diagnosi. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 514 del 15.01.2020).

Responsabilità della struttura in caso di ritardo...[..]

  • Data: 03 Febbraio

 

Nella decisione in esame la Suprema Corte si occupa della responsabilità dell'azienda sanitaria in caso di ritardo nella diagnosi.

La vicenda riguardava un paziente, colpito da ictus, il quale agiva in giudizio al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non, subiti a causa dell'omessa diagnosi e cura della sua patologia.

Il Tribunale accoglieva il ricorso della Asl e della compagnia assicuratrice le quali venivano ritenute responsabili nella percentuale del 20% limitando il risarcimento al solo danno non patrimoniale.

La decisione veniva riconfermata anche in appello dove i giudici rilevavano che, nel caso di specie, il paziente non avrebbe potuto continuare a svolgere la propria attività lavorativa o simili, anche se la diagnosi e la terapia fossero intervenute tempestivamente.

Tale affermazione discendeva, anche, dalla circostanza che i postumi riconducibili alla patologia ischemica erano rilevanti e nello specifico quantificati nella misura del 45%.

La Suprema Corte ha precisato che occorre tenere in considerazione lo stato di salute pregresso del paziente, nonché le menomazioni preesistenti che possono essere coesistenti o concorrenti con il maggior danno causato dall'illecito.

La struttura sanitaria, pertanto, sarà responsabile nella misura percentuale in cui un intervento tempestivo avrebbe potuto ridurre le conseguenze negative.

Nel caso in esame, considerata l'invalidità totale pari al 65% e quella pregressa al 45%, il Giudice liquiderà un valore monetario pari al 20%.

In definitiva l'Asl risponderà, per diagnosi tardiva, solo nella misura in cui l'errore ha, direttamente, aggravato la patologia.


Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti


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Revisione dell'assegno di divorzio in presenza di circostanze sopravvenute capaci di alterare l'equilibrio (Corte di Cassazione, Sezione Civile n 1119 del 20.01.2020).

Revisione dell'assegno di divorzio in presenza...[..]

  • Data: 03 Febbraio

 

A seguito delle pronunce in tema di determinazione dell'assegno di divorzio e sui nuovi criteri da seguire, la Corte ritorna sul tema fornendo ulteriori chiarimenti.

Il caso in esame sorgeva a seguito della richiesta, ex art 9 della legge n. 898 del 1970, formulata da un marito il quale chiedeva al Tribunale di non dover corrispondere l'assegno divorzile alla moglie e di ridurre l'assegno di mantenimento da versare nei confronti della figlia.

Il Tribunale e la Corte di Appello rigettavano la richiesta dell'uomo.

A parere dei Giudici, il giudizio era stato intrapreso al fine di rivedere le circostanze dedotte e presenti al momento della pronuncia.

Il marito ricorreva in Cassazione rilevando, tra le altre cose, il raddoppio del reddito della ex moglie, il peggioramento delle sue condizioni di salute nonché il mutamento e lo squilibrio delle condizioni economiche delle parti.

La Suprema Corte, nel decidere la questione, ha preso in considerazione le pronunce n. 1154 del 2019 e la n. 18287 del 2018 delle Sezioni Unite, le quali hanno enunciato dei principi importanti in materia di se e quantum dell'assegno divorzile.

L'assegno, infatti, assume una funzione perequativa, compensativa, assistenziale e valorizza il contributo apportato dai coniugi alla realizzazione della famiglia.

Gli Ermellini, dovevano decidere se, in sede di revisione dell'assegno, applicare i nuovi principi sanciti dalle pronunce di cui sopra, se tenere in considerazione i motivi sopravvenuti o se, il mutamento della funzione dell'assegno, rappresentasse un giustificato motivo valutabile ex art 9 della legge sul divorzio.

La Corte ha affermato che il Giudice deve “limitarsi a verificare se, e in che misura, le circostanze, sopravvenute e provate dalle parti abbiano alterato l'equilibrio così raggiunto e adeguare l'importo, o lo stesso obbligo della contribuzione, alla nuova situazione patrimoniale-reddituale accertata”.

Nel caso di specie, la Corte, nel respingere il ricorso, dichiarava inammissibili i motivi in quanto le circostanze allegate non erano sopravvenute e quindi sono state ritenute non decisive.

Commento dell' Avv. Mariangela Caradonna

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