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La presenza di muffa nelle abitazioni giustifica la richiesta di riduzione del prezzo (Tribunale di Pisa sentenza n. 873 anno 2016)

La presenza di muffa nelle abitazioni giustifica [..]

  • Data:02

L'odierno attore aveva acquistato un'abitazione di nuova costruzione corrispondendo il prezzo di € 150.380,00 oltre iva e migliorie per € 6.688,31.
A partire dall'anno 2008 si verificavano vizi nell'immobile ed in particolare infiltrazioni di acqua, muffa nell'interno ed esterno tanto che instaurava- tramite la difesa dell'avv. Carlo Cavalletti- ricorso per accertamento tecnico preventivo all'esito del quale veniva stabilito un danno per € 12.000,00.
L'avv. Carlo Cavalletti- nell'interesse del proprio cliente- citava dinanzi al Tribunale di Pisa la società venditrice richiedendo – oltre ai danni stabiliti dal CTU- il danno da svalutazione dell'immobile.
La sentenza emessa dal G.I. - dopo aver sentito i teste e verificato la CTU- accoglieva le ragioni dell'acquirente riferendo espressamente che “la difesa aveva provato come i vizi si erano verificati dopo la consegna dell'immobile  e che quindi appare congruo quantificare la riduzione del prezzo nella percentuale del 15% del prezzo di acquisto e quindi in € 23.560,00.
Il G.I. procedeva altresì a condannare parte venditrice a tutte le spese legali comprese quelle relative all'accertamento preventivo.
La sentenza commentata appare interessante nella parte in cui riconosce all'attore il risarcimento del danno - peraltro stimato in un alto coefficiente – all'acquirente di un'abitazione a titolo di svalutazione del bene immobile.

 

La presenza di muffa nelle abitazioni giustifica la richiesta di riduzione del prezzo

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Divieto di cumulo di indennizzo da polizza infortuni con risarcimento del danno del responsabile (Cassazione Civile n. 13233 del 2014)

Divieto di cumulo di indennizzo da polizza infortuni con risarcimento del danno del responsabile

  • Data:04

Quella in commento può essere definita una sentenza epocale che può incidere sui diritti degli assicurati e dei danneggiati.
Ed infatti la terza sezione della Corte di Cassazione ha stabilito il divieto di cumulo tra indennizzi assicurativi e risarcimenti civilistici- a fronte di un medesimo evento di danno – nella fase liquidativa.
Riportiamo il caso.
Un tale, a seguito di incidente mentre era a bordo di un veicolo, ha ottenuto l’indennizzo in virtù di un’assicurazione privata contro gli infortuni, nonché il risarcimento del danno da parte dell’assicurazione del responsabile.
La Suprema Corte ha osservato che l’assicurazione contro gli infortuni non mortali è soggetta alla disciplina delle assicurazioni contro i danni e in caso di infortunio l’assicurato non potrà cumulare l’indennizzo dovuto per effetto di essa, con il risarcimento dovuto dal terzo responsabile dell’infortunio. Il cumulo dell’indennizzo assicurativo con il risarcimento del danno, anche nell’assicurazione contro gli infortuni, è poi impedito dalle norme che disciplinano il risarcimento del danno.
Se, infatti, fosse consentito tale cumulo, verrebbe violato il principio di integralità del risarcimento, in virtù del quale il danneggiato non può, dopo il risarcimento, trovarsi in una condizione patrimoniale più favorevole rispetto a quella in cui si trovava prima di restare vittima del fatto illecito.
Escluso, quindi, ogni operativismo con le polizze vita, di cui le polizze infortuni non fanno parte, avente una natura indennitaria e quindi, soggette al divieto di ingiustificato arricchimento.
Di fatto il non si deve trasformare  in un’occasione di speculazione in cui il contratto diventa una scommessa nella quale puntando una certa somma (il premio) lo scommettitore può ottenere una remunerazione complessiva assai superiore al danno subito.
Pertanto, concludendo, indennizzo assicurativo e risarcimento non si possono cumulare perché il pagamento dell’indennizzo assicurativo, nell’assicurazione contro i danni, presuppone che esista un danno: se il terzo responsabile risarcisce la vittima prima che questa percepisca l’indennizzo, il credito risarcitorio si estingue per effetto dell’adempimento, e con esso il danno risarcibile.
Ciò per la semplice ragione che non v’è più alcun danno da indennizzare.
Come detto inizialmente risulta auspicabile un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite considerato che l'orientamento espresso risulta pur sempre minoritario e contrario alla possibilità di cumulare indennizzo e risarcimento anche perché numerose compagnie si sono affrettate a pubblicare la loro intenzione di non agire in rivalsa.

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“Quando il medico deve proporre alla paziente un centro specializzato?” - Cassazione-civile-,-sezione-iii-,-8-marzo-2016-n-4540

Tempo di vestizione degli infermieri riconosciuto come orario di lavoro.

  • Data: 06

Con atto di citazione due genitori convennero in giudizio i medici e il Policlinico Sassarese spa per sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni subiti a seguito della negligente assistenza medica prestata durante la gravidanza e della omessa informazione sulla esistenza di gravi malformazioni fetali in capo al nascituro.
Il Tribunale – nel giudizio di primo grado- rigettava la domanda di parte attrice così come la Corte di Appello tanto che i genitori decidevano di ricorrere in Cassazione.
La Suprema Corte, con la richiamata sentenza, riferisce che in tema di controlli sul feto- ai fini della relativa diagnosi - l'obbligo gravante sulla struttura sanitaria e sul medico strutturato di informare la paziente di poter ricorrere a centri specializzati sorge in forza di un presupposto inadempimento addebitabile alla stessa struttura.
Di fatto quindi sussiste un grave inadempimento della struttura ospedaliera legato a deficit organizzativi e conseguentemente un obbligo di mettere a disposizione sia le strutture che i medici; nel caso specifico ritiene la Corte che il richiamato inadempimento genera l'ulteriore obbligo informativo che si pone a tutela del paziente tanto da imporre al medico un dovere di avviso della inadeguatezza degli strumenti diagnostici.
Ne deriva che l'obbligo di informazione nasce con l'inadempimento della struttura sanitaria rispetto al dovere organizzativo tanto che il medico dovrà consigliare un centro più specializzato ma solo nel caso in cui le apparecchiature non siano adeguate allo scopo di specie.
La Corte di Cassazione tuttavia rigetta il ricorso dei genitori in quanto “...all'epoca dei fatti era del tutto arbitrario affermare che la difficoltà nella diagnosi di morfologia fetale dipendesse dai macchinari utilizzati nell'anno 1986” escludendo quindi un'ipotesi di inadeguatezza organizzativa dipesa solo dalla “anzianità degli strumenti”.
 

 

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