Diritto Civile

Compravendita nulla in caso difformità del titolo edilizio. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 26847 del 04.10.2021).

Compravendita nulla in caso difformità [..]

  • Data:24 Ottobre

 

Il caso originava da un contratto di compravendita avente ad oggetto due sottotetti.

Il venditore agiva in giudizio deducendo di aver concluso il contratto di vendita al prezzo di € 217.500,00, importo da corrispondere in rate.

Parte acquirente aveva corrisposto solo un importo parziale della cifra pattuita.

La convenuta, parte acquirente, si costituiva in giudizio chiedendo che venisse dichiarata la risoluzione del contratto di vendita per inadempimento grave di parte attrice.

La stessa rilevava, infatti, di aver scoperto solamente in seguito che i sottotetti erano difformi dal permesso di costruire e chiedeva, altresì, la restituzione delle somme e delle spese sostenute.

Sia in primo che in secondo grado il venditore otteneva la condanna al pagamento della restante somma pattuita con la vendita e  le domande riconvenzionali di parte convenuta non torvavano accoglimento.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove la ricorrente rilevava violazione e falsa applicazione degli artt. 111, comma 6 Cost. e 132, comma 2, n. 4 c.p.c. nonché dell'art. 112 c.p.c. ed omessa pronuncia in relazione all'art. 360, comma1, n. 4. c.p.c..

In sostanza la Corte di Appello aveva omesso la valutazione circa il motivo specifico relativo non solo all'inabilità degli immobili in oggetto ma  relativo anche alla non conformità dei locali al titolo edilizio.

Gli Ermellini, in accoglimento del ricorso, cassavano con rinvio la decisione per un nuovo esame.

Nello specifico la Suprema Corte osservava che, effettivamente la pronuncia della Corte di Appello  riguardava unicamente la non abitabilità dei sottotetti e non le censure relative la non conformità degli immobili al titolo edilizio e la loro difformità e irregolarità catastale e vincolo di destinazione.

 

Commento dell'Avv. Carlo Cavalletti

(abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione)

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Responsabilità del datore di lavoro e condotta imprudente del lavoratore. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 25597 del 22.09.2021).

Responsabilità del datore di lavoro [..]

  • Data:16 Ottobre

 

Il caso, avente ad oggetto un infortunio sul lavoro, esamina il profilo di responsabilità inerente la figura del datore di lavoro nel caso in cui il lavoratore abbia tenuto una condotta imprudente.

Nel caso di specie un lavoratore, a seguito dell'infortunio, agiva in giudizio nei confronti della società datrice e nei confronti della società committente al fine di richiedere il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale conseguente all'incidente subito.

Il lavoratore, mentre sollevava delle lastre, veniva colpito in quanto non si era spostato dalla zona di movimentazione.

L'Inail proponeva azione di regresso nei confronti delle due società convenute.

La domanda attorea veniva rigettata sia in primo grado che in sede di appello in quanto la colpa veniva attribuita esclusivamente al lavoratore.

Veniva, altresì, rigettato l'appello dell'Inail.

La Corte di Appello competente riteneva non dimostrata l'omessa vigilanza sia del datore di lavoro che della ditta committente. Era infatti emersa una condotta anomala da parte del lavoratore.

La vicenda giungeva così al vaglio della Suprema Corte.

Il lavoratore lamentava la mancata vigilanza e la violazione delle misure di sicurezza da parte del datore di lavoro nonché l'inidoneità della misura preventiva adottata nell'attività in questione.

Parte ricorrente contestava, altresì, la decisione della Corte in merito alla valutazione della sua condotta ritenuta anomala.

Gli Ermellini accoglievano il ricorso ritenendo la pronuncia impugnata non rispettosa dei principi giurisprudenziali in materia di infortunio sul lavoro.

In particolare la corte di merito aveva errato nel valutare la condotta del lavoratore come abnorme ed aveva omesso di valutare l'idoneità delle misure di protezione adottate dal datore di lavoro e dalla ditta committente.

L'indagine, infatti, avrebbero dovuto verificare anche l'utilizzabilità di diversi sistemi protettivi.

Ai fini dell'adempimento dell'obbligo di tutela delle condizioni di lavoro ex art. 2087 c.c. occorre verificare, infatti, che le misure di prevenzione siano idonee ad eliminare i rischi derivanti dalla negligenza, imprudenza ed imperizia del lavoratore.

 

Commento dell'Avv. Carlo Cavalletti

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L'azienda indotta dal lavoratore al licenziamento ha diritto al rimborso della somma pagata a titolo di ticket di licenziamento. (Tribunale di Udine sentenza n. 106 del 30.09.2020).

L'azienda indotta dal lavoratore al licenziamento[..]

  • Data:06 Ottobre

 

La sentenza in commento risulta interessante in quanto analizza le conseguenze legate ad un caso dove il lavoratore “induceva” il datore di lavoro ad intimare il licenziamento.

Nel caso di specie il lavoratore, anziché presentare le dimissioni, si assentava dal lavoro ingiustificatamente.

A seguito del licenziamento intimato il dipendente chiedeva l'emissione di un decreto ingiuntivo al fine di ottenere il pagamento della somma allo stesso spettante a titolo di retribuzione e TFR.

La società datrice di lavoro proponeva opposizione e chiedeva, tra le altre cose, il rimborso della somma pagata quale ticket di licenziamento.

Parte opponente, a fondamento della domanda, deduceva che il lavoratore, in un primo momento, aveva comunicato la volontà di presentare le dimissioni a causa dei problemi di salute del padre. Chiedeva, però di essere licenziato formalmente al fine di usufruire della NASPI.

A fronte della risposta negativa da parte dell'azienda, il dipendente si assentava ingiustificatamente dal lavoro per diversi giorni costringendo il datore di lavoro al licenziamento.

Il Tribunale competente accoglieva l'opposizione in relazione a questo profilo revocando il decreto ingiuntivo emesso e riducendo il credito del lavoratore.

Il Tribunale osservava, infatti, che, in caso di assenza ingiustificata del dipendente allo scopo di ottenere il licenziamento, le spese sostenute dalla società per dare corso involontariamente alla decisione del recesso non possono che essere addossate al lavoratore.

Nei casi in cui si integri la circostanza sopra descritta il ticket per il licenziamento è un onere a cui la società è tenuta esclusivamente perchè il lavoratore, anziché dimettersi senza alcun costo per la società datrice di lavoro, mette la stessa nella condizione di dover risolvere il rapporto di lavoro.

 

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Affidamento esclusivo al padre se la madre ostacola la bigenitorialità. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 25339 del 20.09.2021).

Diritto al risarcimento per l'accredito su conto corrente[..]

  • Data:06 Ottobre

 

Il caso sorgeva a seguito di un procedimento in materia di famiglia dove il figlio veniva affidato al padre in via esclusiva, al padre veniva attribuita, altresì, la responsabilità per le decisioni più importanti e relative all'educazione, istruzione e salute.

A carico della madre veniva disposto l'obbligo di corrispondere la somma pari ad € 250,00 a titolo di contributo al mantenimento oltre al pagamento nella misura del 50% delle spese straordinarie.

A parere del Tribunale risultava provato che la donna non era capace di comprendere i bisogni del figlio e di assumere decisioni nel suo interesse.

La madre proponeva ricorso dinanzi alla Corte territoriale che però rigettava il reclamo.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove la donna proponeva ricorso.

Parte ricorrente lamentava la violazione del contraddittorio in considerazione del fatto che il Tribunale si era attenuto, acriticamente, alle conclusioni della CTU.

Rilevava, altresì, la mancata considerazione del fatto che la stessa non presentava problemi psichici, che fosse legata al figlio, ritenendo inidonea la motivazione sull'affidamento esclusivo al padre.

Con il terzo motivo rilevava il mancato ascolto del minore le cui dichiarazioni non sono mai state verbalizzate dai servizi sociali.

La Suprema Corte rigettava il ricorso dichiarando, nello specifico, i primi due motivi inammissibili ed il terzo infondato.

A parere della Corte la decisione impugnata derivava dalla condotta della donna ostile e poco collaborativa sia con i servizi sociali che con il CTU nonostante alla stessa fosse stata concessa fiducia in diverse occasioni.

 

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