Diritto del Lavoro

Trasferimento di azienda illegittimo e le conseguenze sulla retribuzione. (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 26262 del 28.09.2021)

Trasferimento di azienda illegittimo [..]

  • Data:22 Ottobre

 

La sentenza in esame analizza un caso di trasferimento di azienda dichiarato poi illegittimo ed esamina le conseguenze per quanto riguarda l'aspetto retributivo del lavoratore.

Nel caso di specie, a seguito della pronuncia che dichiarava illegittimo il trasferimento del ramo di azienda, i lavoratori agivano nei confronti della società cedente al fine di ottenere il pagamento delle retribuzioni maturate.

In sede di appello la Corte rigettava la domanda dei lavoratori affermando che, essendo intervenuta la conciliazione con la società cessionaria con conseguente risoluzione del rapporto di lavoro originato dal trasferimento e rinuncia ad ogni pretesa economica, i lavoratori non detenevano alcun interesse ad agire.

La questione giungeva così al vaglio della Suprema Corte la quale ribaltava quanto statuito in sede di appello.

Gli Ermellini, infatti, rilevavano che, solamente nel caso in cui il trasferimento sia legittimo ,il rapporto di lavoro resta unico ed immutato nei suoi elementi oggettivi.

Ciò nella misura in cui ricorrano i presupposti di cui all'art. 2112 c.c.

Invece, nel caso in cui il trasferimento venga dichiarato non valido il rapporto di lavoro con il destinatario della cessione è instaurato in via di mero fatto.

Pertanto il rapporto giuridico con il cedente risulta ancora in essere.

In tali casi sussistono due rapporti di lavoro, uno, con il soggetto effettivo utilizzatore della prestazione lavorativa ed uno con l'originario datore di lavoro tenuto, quindi, a corrispondere le retribuzioni ai lavoratori.

Sulla base di tali affermazioni la Suprema Corte accoglieva il ricorso proposto e dichiarava, pertanto, il diritto dei lavoratori ad ottenere le retribuzioni richieste.

 

Commento dell'Avv. Carlo Cavalletti

(abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione)

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Danni da amianto: è risarcibile la paura di ammalarsi. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 24217 del 13.10.201

Danni da amianto: è risarcibile la paura [..]

  • Data:21 Ottobre

 

La pronuncia in esame riguardava un lavoratore il quale, a seguito del lavoro svolto nei pressi di un porto, contraeva le placche pleuriche.

Tale patologia, pur non essendo una malattia oncologica, rappresenta la diretta conseguenza dell'esposizione alle microfibre di amianto.

Il lavoratore in questione sosteneva di vivere con la costante paura di contrarre la patologia più grave ovvero il mesotelioma, malattia quest'ultima irreversibile.

Sia in primo grado che in sede di appello era stata accertata la responsabilità del datore di lavoro per non aver reso salubre il luogo di lavoro e per non aver adottato tutte le misure necessarie affinchè il lavoratore non inalasse le fibre di amianto.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale introduce uno spunto interessante in relazione al risarcimento legato allo stato di preoccupazione in cui si era ritrovato a vivere il dipendente a seguito della diagnosi.

In primo luogo la Suprema Corte ribadiva che: la prova del nesso causale consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, ossia del – più probabile che non…”.

Gli Ermellini introducono, però, un nuovo principio relativo alla risarcibilità della paura di ammalarsi.

Nello specifico la Corte ha ritenuto risarcibile il danno conseguente alla costante paura di ammalarsi e di contrarre la patologia più grave del mesotelioma.

Nel caso di specie era stato accertato che il lavoratore aveva contratto le placche pleuriche sul posto di lavoro a seguito dell'inalazione di fibre di amianto.

La Corte, pertanto, affermava che è risarcibile il maggior danno morale conseguente al patema e al turbamento provati per il sospetto di malattia futura, correlate al maggior rischio di contrarre il mesotelioma rispetto a soggetti con storie espositive comparabili”.

 

Commento dell'Avv. Carlo Cavalletti

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Nullità dell'anatocismo se non pattuito per iscritto. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 9140 del 19.05.2020).

Nullità dell'anatocismo se non pattuito [..]

  • Data:10 Ottobre

 

La pronuncia interviene in tema di anatocismo bancario affermando un importante principio.

In particolare sancisce l'illegittimità dell'anatocismo per il periodo post 2000 e relativamente ai conti aperti prima dello stesso anno tranne nei casi in cui vi sia stata una pattuizione per iscritto.

Fino all'intervento della Corte, nelle controversie in materia di anatocismo, gli istituti di credito sostenevano la legittimità delle clausole in virtù della comunicazione data ai correntisti.

A tal fine veniva ritenuta sufficiente la pubblicazione dell’adeguamento alla delibera CICR nella Gazzetta Ufficiale al 30/06/2000.

Lo strumento della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale rappresentava, quindi, lo strumento usato dagli istituti di credito nei Tribunali per giustificare l'illegittimo addebito di interessi anatocistici.

La pronuncia in commento scardina tale meccanismo.

Nello specifico si evidenziava che la delibera CICR 2000 è stata emanata in un contesto normativo che è subito mutato. Infatti, a seguito dell'emanazione delle delibera, pochi mesi dopo, la Corte Costituzionale è intervenuta dichiarando l'illegittimità dell’art. 25 D.lgs 342/99 nella parte in cui validava la piena legittimità delle clausole anatocistiche.

Sulla base di quanto sopra il meccanismo di legittimazione delle clausole è divenuto inoperante.

La Suprema Corte, in sostanza, ha ritenuto che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale non fosse sufficiente a legittimare l'anatocismo ma occorreva una nuova pattuizione tra le parti interessate.

Pertanto, nel caso in cui le parti non avessero provveduto a sottoscrivere un nuovo contratto, pur in presenza della delibera CICR del 2000, le clausole in materia di anatocismo sarebbero risultate illegittime e nulle.

Commento dell'Avv. Carlo Cavalletti

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Patto di non concorrenza: nulla la clausola di recesso riservata solo alla parte datoriale. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 23723 del 01.09.2021).

Patto di non concorrenza:nulla la clausula [..]

  • Data:29 Settembre

 

Il caso verteva in materia di diritto di lavoro e sorgeva a seguito di una azione che una lavoratrice intraprendeva nei confronti della società datrice di lavoro.

La ricorrente, nello specifico, agiva al fine di ottenere la somma di circa € 40.000,00 quale compenso per la clausola del patto di concorrenza pattuita al momento dell'assunzione e valida per i due anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro.

In sede di appello la domanda veniva respinta sulla base del fatto che il recesso da parte del datore di lavoro dal predetto patto sarebbe avvenuto anni prima rispetto al momento della cessazione del rapporto di lavoro.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale accoglieva il ricorso e ribaltava, pertanto, la decisione.

A parere degli Ermellini la previsione della risoluzione del patto di non concorrenza rimessa all'arbitrio del datore di lavoro rende la clausola nulla per contrasto con le norme imperative.

Per la Corte, il recesso risultava, comunque, illegittimo anche se formalizzato in costanza del rapporto di lavoro in quanto i relativi obblighi si cristallizzano al momento della sottoscrizione.

Secondo la pronuncia in esame l'apposizione del patto limita la libertà del dipendente impedendogli di progettare il proprio futuro lavorativo.

In base a quanto sopra detta limitazione necessita di un corrispettivo da parte del datore, corrispettivo che verrebbe escluso consentendo al datore di liberarsi dal vincolo ex post.

In accoglimento del ricorso della lavoratrice, pertanto, la Corte disponeva il diritto della stessa a ricevere quanto stabilito a titolo di patto di non concorrenza.

 

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